TRAMA
1964, Nagasaki. Alla morte del padre, temuto capo di un clan yakuza, il quattordicenne Kikuo viene allontanato dal mondo della criminalità e accolto sotto l’ala protettiva di Hanjiro Hanai, uno dei più grandi attori di kabuki del suo tempo, noto per la sua maestria e severità. Inizia così per il giovane un nuovo destino, segnato non dalla violenza, ma dall’eleganza rituale e dal rigore dell’arte teatrale giapponese, che richiede anni di sacrifici silenziosi. Accanto a lui cresce anche Shunsuke, l’unico figlio di Hanjiro, nato e cresciuto sul palcoscenico, abituato fin da bambino alle luci e all’attenzione. I due giovani, diversi ma inseparabili, decidono di consacrare la propria vita al kabuki.
RECENSIONI
Esistono forme artistiche che sopravvivono ai secoli non perché rimangano immutate, ma perché trovano continuamente nuovi corpi attraverso cui incarnarsi. Kokuho di Lee Sang-il (già regista di Hula Girls, 2006, e di Unforgiven, 2013, remake di Gli spietati di Eastwood) affronta il teatro kabuki proprio a partire da questa tensione tra permanenza e trasformazione, costruendo un grande affresco che attraversa cinquant'anni di storia giapponese per interrogare il rapporto tra individuo e tradizione, talento e appartenenza. Il protagonista Kikuo è, fin dall'inizio, un estraneo. Figlio di un boss della yakuza, viene accolto nella prestigiosa famiglia teatrale Hanai dopo una tragedia che sembra uscita da un dramma classico. Da quel momento occupa una posizione ambigua: possiede un talento straordinario, ma non la genealogia che nel kabuki costituisce il fondamento della legittimità artistica. È un corpo estraneo all'interno di un sistema costruito sull'eredità. La rivalità con Shunsuke, erede naturale della dinastia teatrale, nasce proprio da questa frattura. Lee Sang-il evita però di ridurre il conflitto a una semplice opposizione tra merito e privilegio. Più Kikuo si avvicina alla perfezione scenica, più si allontana dalla possibilità di una vita autentica. Il successo coincide con una progressiva dissoluzione dell'identità personale. È qui che Kokuho rivela la propria riflessione più profonda. Il titolo rimanda infatti al riconoscimento di "tesoro nazionale vivente", attribuito in Giappone ai custodi delle arti tradizionali.

Diventare un kokuho significa trasformarsi nel veicolo attraverso cui una memoria culturale continua a esistere nel presente. L'artista smette così di appartenere a se stesso per appartenere alla tradizione. In questa prospettiva acquista un valore decisivo la figura dell'onnagata, l'interprete maschile dei ruoli femminili. Lee Sang-il evita ogni lettura riduttivamente contemporanea della questione di genere: ciò che gli interessa è la trasformazione come disciplina. Attraverso il gesto, il trucco e il movimento, il corpo dell'attore viene lentamente rimodellato fino a diventare il luogo in cui la tradizione prende nuovamente vita. Anche le sequenze teatrali assumono così una funzione essenziale. I drammi rappresentati sul palco non illustrano semplicemente il contesto del racconto, ma ne costituiscono il contrappunto simbolico, riflettendo desideri, sacrifici e sconfitte dei protagonisti. Il teatro diventa una memoria vivente che continua a parlare attraverso chi la interpreta. Più che un film sul kabuki, Kokuho è dunque una riflessione sul destino dell'artista e sul prezzo richiesto dall'eccellenza. Lee Sang-il osserva il proprio protagonista senza indulgere nella retorica del genio, mostrando come ogni consacrazione implichi una rinuncia. Kikuo non eredita una tradizione: la conquista. Per questo Kokuho non è soltanto il racconto di un grande attore, ma la storia di come una cultura continui a sopravvivere ogni volta che qualcuno sceglie di consacrarle la propria vita.

