NazioneItalia
Anno Produzione2026
Genere
Durata107'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia
TRAMA
Nella Palermo del 2012, il sedicenne Giulio, distaccato, ribelle e in conflitto con i genitori, incontra Ketty, una ragazza spontanea e indipendente.
RECENSIONI
Il coming of age italiano è uno dei territori narrativi più vivaci del cinema italiano contemporaneo, il genere che oggi sembra più nitido nel racconto, non solo del trauma che è crescere, ma di tempi, luoghi, modi di vivere perduti, lontani. La vita antica e analogica dall’anziana zia calabrese interpretata da Aurora Quattrocchi in Gioia mia, i vecchi, decadenti paesini veneti di Le città di pianura, i campetti di tennis abbandonati e la Romagna anni '80 del sottovalutato Il maestro, la dolcezza semi-autobiografica con cui Laura Samani guarda ai liceali trentini degli anni 2000: il racconto di formazione diventa, sempre più spesso, occasione di una tensione più o meno nostalgica ed epica verso il passato, dove la crescita mette sempre a nudo una differenza, uno scarto rispetto a un "prima" inattuale. Ketticé sorprende nella sua totale assenza di sguardo nostalgico, severissimo nell'impedire l'incontro-scontro con l'altro che sembra necessario a ogni coming of age. Vivace, acceso, vivido nel descrivere un preciso qui — Palermo — e ora — il 2012 che i maya prefigurarono anno dell'apocalisse —, gli anni rappresentati nel film assumono i tratti di una zona mista, intermedia, un passato che sembra durare tutt'ora, dal quale non riusciamo a differire e che quindi non riusciamo a riconoscere, a percepire come tale. Giulio, Ketty e i loro amici sono adolescenti (diciottenni allora, che avrebbero trent'anni oggi) che non riescono a sentire, a toccare con mano la carne del mondo e dell'altro. Nella routine "sdraiata" di Giulio, il tempo si scrolla e si fuma, più che passare: un pomeriggio infinito speso tra Gocciole, Oro Ciok e una miriade di riferimenti alla cultura pop, mai così minuziosi nel ricostruire anni che fatichiamo ancora a chiamare "epoca", come si vede dai costumi, i modi di dire, le musiche, i riferimenti a Didier Drogba, Sasha Grey, a Ruzzle, al trono di Uomini e donne, alle precise, archeologiche interfacce di Facebook di quegli anni. C'è persino la storica lite tra Santoro e Berlusconi, ripresa in maniera sghemba, obliqua, quasi fosse un oggetto lynchiano, cinema liminale. Oltre ad essere un cult del trash, quella rissa fu un chiaro esempio del rapporto strettissimo, consolidato tra politica e intrattenimento, fu la prima eclatante stretta di mano tra tv e social, tra mass-media e self-media. Una rissa commentata e ricondivisa in rete, come accade con quelle tra l’impavida Ketty e le sue tante nemiche. Ketticé, in fondo, parla proprio di una generazione in bilico tra analogico e digitale, annichilita dal caos mediale di modelli, modi di dire, pose da imitare, la prima che ha iniziato a sentire il peso di un’estetica del sé digitale da costruire (raccontare e inventare disinibite prestazioni sessuali) e distruggere (il giudizio retrogrado sulle donne che si picchiano). Ogni inquadratura traduce in immagine la dispercezione di Giulio. La regia apparentemente più lineare, alienata, distante di Ketticé differisce da quella più espressionista di Diciannove, proprio come la personalità arresa di Giulio è lontana da quella irascibile di Leonardo. Anche la recitazione straniata degli attori sembra restituire nei gesti quello scollamento dalla percezione che sembra il nucleo del film. Soprattutto gli adulti sembrano non voler venire a patti con il loro ruolo, con le loro stesse battute: modelli, punti di riferimento tutti tragicomici, dall’aristocratica etiquette della nonna di Giulio alla goffaggine di un padre quasi estraneo, dalla tossicità arresa del suo professore alla grottesca maternità di un'inedita Monica Bellucci. Nel caos anche ironico di un film che splende soprattutto nei momenti corali, emerge in ralenti uno sguardo che non ha letteralmente riferimenti a cui tendere, a cui aggrapparsi. Non c'è alcuna nostalgia di un passato perduto in Ketticé, così come non c'è la vera consapevolezza di un luogo — diviso tra metropoli chiassose e gelidi interni aristocratici. A un premier sguardo, può sembrare pura commedia pop, brillante nell'aggiornare il primo Virzì e i toni surreali di Gianni De Gregorio. Ma scena dopo scena affiora l'inquietante consapevolezza di un paradosso, perché Ketticé è un coming of age sull'impossibilità del crescere: un'impasse che è sì giovanile, relativa ai protagonisti, ma soprattutto collettiva, storica, italiana. Più che un’età, racconta un paese immobile, insieme buffo e amaro, bambino e violento. La stessa scelta di raccontare un diciottenne, dopo il suo folgorante esordio Diciannove, sembra tradurre nella sua filmografia la simbologia di una decrescita, di una regressione che è sia individuale sia storica. Sovvertendo il titolo di Linklater, uno dei mostri sacri del coming of age assuefatto: (Non) tutti vogliono qualcosa.

