Drammatico, Recensione

KATYN

TRAMA

Polonia, 1940. L’Armata Rossa ha ormai varcato il confine orientale e più di 250.000 ufficiali e soldati vengono catturati e rinchiusi in campi di prigionia. Mentre la popolazione è in fuga, stretta nella morsa dei sovietici e dei nazisti che si sono accordati per spartirsi l’Europa centrale, il Commissariato sovietico per gli affari interni dirama l’ordine di assassinare 15.000 prigionieri di guerra polacchi, che verranno sepolti nelle fosse comuni nei pressi della foresta di Katyn.

RECENSIONI

Classico nel respiro, ma mai adagiato su una facile retorica, Katyn consolida una realtà fino a pochi anni fa affondata nella reticenza, salda debiti personali (fu a Katyn che il padre di Wajda trovò la morte) e rimossi collettivi. Successo commovente in patria, sfuggito, per l’indignazione di Wajda, ad ogni strumentalizzazione, è un affresco che annega l’epica nella coralità, fa del pathos una questione morale, costruisce personaggi sfaccettati, frammenti differenti e scostanti di uno specchio che riflette la tragedia nelle vicende personali. E’ un film sulla rielaborazione di un lutto, di un efferato crimine che insieme ai corpi ha sepolto la verità: disinteressato alla denuncia, Wajda fa di Katyn un documento sulla memoria del dolore. Per questo la sequenza della strage, le cui conseguenze riverberano strazianti lungo l’intero arco dell’opera, è posta in chiusura: dopo l’insostenibile rito della morte lo schermo si fa nero, sulle note del Polish Requiem di Penderecki. Wajda ci interpella: Katyn pretende la nostra memoria.

Doveroso ma cinematograficamente retorico. Da Wajda era lecito aspettarsi qualcosa di più, per quanto accenda lo spot su di una grande menzogna, rimasta tale almeno fino al 1990 (ma da tempo risaputa: Makavejev, ad esempio, la denunciava già nel suo Sweet Movie del 1974). I modi sono troppo schematici e qualunquistici: vittime e loro parenti dipinti come eroici e colmi d’amore, fazioni totalitarie in campo ritratte come crudeli. La schematicità sta anche nell’opporre, dialetticamente, i polacchi che accettavano il compromesso e quelli che non lo facevano, nel pescare dal coro una manciata di prigionieri e relativi consanguinei a fare da emblema-sineddoche, con questi ultimi che sono (solo) madri bisognose di speranza, mogli accorate in attesa, dolci figlie, sorelle combattive (l’unica figura con un minimo d’anima e veemenza) o vendute, traditori rosi dal senso di colpa e così via. L’alibi l’autore ce l’ha, perché l’argomento lo tocca molto da vicino: suo padre mori nell’eccidio, sua madre lo aspettò tutta la vita (perché il suo nome era scritto in modo errato nella lista dei morti). È come se Wajda non se la senta di elaborare artisticamente (come faceva a inizio carriera, restituendo pagine della Seconda Guerra Mondiale da ex-militante nella Resistenza) un episodio vissuto attraverso la semplicità del bambino che era (per quanto riletto dalle pagine del romanzo “Post Mortem” di Andrzej Mularczyk). E l’opera, comunque, rinasce dalle ceneri scontate (dialoghi compresi) nella scena finale della strage, talmente potente da ricordarci quale grande regista Wajda sia, assieme ad altri sparuti passaggi allegorici che lasciano il segno (la scena iniziale dei civili polacchi in fuga sul ponte, senza scampo, chiusi fra bolscevichi e nazisti): la filma con la freddezza della “catena di montaggio” imbastita dai sovietici e il suo “messaggio” è di incontrovertibile efficacia, se si pensa che in Russia, dopo le proiezioni in sala, alcuni spettatori si sono alzati e hanno onorato le vittime.

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