TRAMA
1962, Dallas: il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy muore sotto i colpi di un folle cecchino che viene arrestato. Il caso è chiuso, ma non per il procuratore distrettuale di New Orleans.
RECENSIONI
La vetta del cinema politico di Oliver Stone: non in quanto sua opera più riuscita ma perché è quella che, più di ogni altra, è riuscita nell’intento sempre desiderato di smuovere la coscienza degli Stati Uniti, operando direttamente contro e nel Sistema (caso più unico che raro, un cinema di indagine giornalistica che scosse l’opinione pubblica e fece riaprire il caso). Di per se stessa, l’opera è sconvolgente e angosciante per la realtà manipolata messa in evidenza e per il realismo con cui il suo j’accuse viene esposto (leggi: l’evidenza di prove palesi non accettate): addita, con apparente mistificazione filmica, le mistificazioni di media e istituzioni, portando avanti una tesi che potrebbe essere anch’essa di parte e manipolatoria. Il corto circuito è servito. La fonte è l’inchiesta del procuratore di New Orleans Jim Garrison (che interpreta il giudice Warren), alternativa a quella ufficiale della Commissione Warren. La forma, fra immagini di repertorio, scene in bianco e nero, differenti formati e punti di vista da Rashomon (per moltiplicarli nella scena dell’assassinio, Stone ha fornito tutti gli attori di cinepresa), è di pari passo (e ha suscitato polemiche in quanto “imbroglio” che confonde repertorio e rifacimento): a parte l’immane professionismo con cui ogni scena è girata, ricostruzioni storiche comprese, Stone s’inventa la velocità di montaggio della miriade (fino allo spossamento) di informazioni somministrate che diverrà uno dei tratti distintivi del suo cinema (e di gran parte di quello hollywoodiano a seguire) e può contare su interpreti formidabili, su di una drammaturgia incalzante ed appassionante. Unica vera pecca, la retorica arringa finale. Ad essere pignoli, prima c’era stato Azione Esecutiva di Dalton Trumbo e, nel segno della stessa estetica e “politica”, Il Caso Mattei di Francesco Rosi. Esiste un “director’s cut” con 20’ in più.

