TRAMA
Un procuratore sportivo di successo, turbato dall’incidente capitato ad uno dei suoi clienti, scrive una relazione programmatica in cui auspica un approccio più umano alla professione. Per tutta risposta viene licenziato e deve ricominciare da libero professionista contando su un unico cliente ed una segretaria innamorata di lui.
RECENSIONI
Cameron Crowe realizza con Jerry Maguire una pellicola fortemente “americana”, sia per l’ambiente – lavorativo, umano, sportivo – che descrive, sia per l’approccio a temi classici come il carrierismo senza scrupoli, il successo come elemento che definisce l’identità delle persone, l’idealismo come prezzo duro da pagare per una vita migliore. Un approccio semplicistico, manicheo, edificante. La contrapposizione tra investimento nella carriera ed investimento negli affetti, come quella tra etica e mancanza di scrupoli, risultano straordinariamente rigide e definiscono dall’inizio il percorso lineare e prevedibile del film. Girato tuttavia con professionalità, con un certo talento nel portare il pubblico alla soddisfazione finale del trionfo dei buoni sentimenti dopo l’obbligato cammino ad ostacoli, il film di Crowe trova ossigeno nelle parentesi più riuscite della commedia. Interamente centrato sulla figura di Cruise, condannato come spesso nella sua filmografia ad interpretare un giovanotto pieno di successo ma dalla vita vuota che immancabilmente entra in crisi esistenziale e con grande difficoltà scopre ciò che vuole e può diventare, Jerry Maguire si avvale di un personaggio folcloristico ed ironico (il giocatore che resta fedele al protagonista) come buona spalla, della tenerezza di un bambino simpatico, che quando funziona è sempre una marcia in più, e dell’elemento romantico incarnato dalla giovane mamma sola perdutamente innamorata del procuratore in disgrazia. Ovvero, i diversi ingredienti per la commedia di successo: figure eccentriche che stimolano la risata, tenerezza, batticuore e qualche lacrima. Basti pensare al viso stupito del bambino che dice all’ubriaco Cruise “Hai detto una parolaccia”, a Cuba Gooding jr in lacrime al talk show, o a Cruise che irrompe nel mezzo della riunione femminile per riconciliarsi con la moglie, che dopo un po’ lo ferma e dice “mi avevi già convinta al ciao”. Un’opera ben realizzata nel suo genere ma programmatica nel suo puntare esplicitamente al successo senza tentare la minima variazione sul tema o correre il minimo rischio. La prova di Tom Cruise venne lodata all’epoca, l’attore candidato all’Oscar. Nomination tutto sommato immeritata per una recitazione decisamente caricata e molto inferiore a quella vista ad esempio in Magnolia o Nato il 4 luglio. Vinse invece un Oscar, probabilmente sull’onda di un entusiasmo esagerato, il non protagonista Cuba Gooding jr, che sembrava destinato ad un’ascesa poi mai avvenuta. “Coprimi di soldi” divenne comunque un tormentone almeno in Usa. Il film offre anche il primo ruolo importante per una Renee Zellweger pre Bridget Jones, magra e forse un po’ incolore ma perbene come il ruolo cenerentolesco richiedeva.

L’opera di Cameron Crowe parte esagitata e resta in quarta troppo a lungo, lanciando in corsa e da subito la sua morale contro il cinismo imperante. A volte è imbarazzante nel suo essere esaltata ma non esaltante, nel cortocircuito di una condanna dell’agire artificioso e spersonalizzato del business sportivo con fare altrettanto affettato e costruito. Tom Cruise è lo specchio di questo paradosso, si adegua e, recitando sopra le righe, rischia di affondare la baracca. Per fortuna gli rubano la scena i personaggi di una dolcissima Renée Zellweger e del suo adorabile bambino: lasciano respirare qualche emozione “vera”. In seguito si dà più spazio, anche, a Cuba Gooding jr. (vincitore di un Oscar) che, nella parte finale, dopo il “touchdown” al talk show, è davvero trascinante. Forse, nelle intenzioni di Crowe (che parla ancora di Singles), l’opera doveva avere i modi riflessi del percorso di formazione del protagonista, invitato a ritrovare se stesso, a passare, dalla maschera buona per gli affari ma deleteria per la coscienza, all’esistenza “Be yourself”, più gratificante e capace di trovare amori e amicizie: ma finisce col perdersi nei meccanismi serio-buffi, non trova il nocciolo della questione e, come il protagonista, agisce avventatamente e senza raccapezzarsi su percorso e meta. Anche qui, potrebbe essere un originale e voluto parallelo ma, a prescindere, c’è troppa furbizia inefficace (la paternità della formula, infatti, è del produttore James L. Brooks, che non ha però eguali nel portarla a compimento). Molti camei sportivi, soundtrack di classici rock (il minimo che ci si aspetti da un ex-critico musicale), commedia sentimentale tanto prevedibile quanto accattivante.

