Commedia, Drammatico, Netflix

JAY KELLY

Titolo OriginaleJay Kelly
NazioneStati Uniti d'America, Regno Unito, Italia
Anno Produzione2025
Durata132'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Dopo aver ricevuto un pugno da un amico degli inizi della carriera che lo accusa di avergli rubato gloria e amore, il sessantenne divo hollywoodiano Jay Kelly ha una crisi esistenziale, pensa al rapporto mancato con le due figlie, alle scelte varie di vita e decide di accettare un tributo che vogliono offrirgli in un festival in Toscana.

RECENSIONI

Che Noah Baumbach abiti un cinema di stanze riflesse, dove la nevrosi borghese e le fratture dell’ego vengono filtrate attraverso una fittissima rete di padri spirituali, l'abbiamo ripetutamente scritto. La sua filmografia ricalca innanzitutto le traiettorie di una commedia umana di matrice alleniana, quest'ultima evocando, a sua volta, tutta una tradizione di cinema europeo. La premessa è utile parlando di Jay Kelly, in cui l’eponimo protagonista, divo hollywoodiano sopraffatto da un improvviso crollo nervoso e dai rimorsi per un passato di padre indifferente e amico cinico, tenta la riconciliazione con la figlia seguendola in Europa: il viaggio, che culminerà in un omaggio alla carriera tributatogli da un festival toscano, si trasforma nel bilancio esistenziale di un uomo che ha barattato gli affetti con la propria carriera.
Il riferimento chiave del film è Il posto delle fragole di Bergman (il dottor Isak Borg intraprende un viaggio per ricevere un tributo alla carriera: l’esperienza diventa ripensamento di un’esistenza) di cui, in chiave più o meno esplicita, Baumbach usa e ribalta i termini (come ha fatto Woody Allen in Un’altra donna). Un esempio di questa impostazione, meno evidente dei tanti che potrei fare: se Isak fa visita alla madre, donna lucida e glaciale, scoprendola radice della sua aridità sentimentale, Jay incontra il padre che decide egoisticamente di andarsene prima della sua celebrazione, rivelandosi l’origine dell’inadeguatezza del protagonista nell’assolvere il ruolo paterno, lo specchio della sua assenza genitoriale.
Ma Baumbach non si ferma a Bergman (come aveva fatto in Il matrimonio di mia sorella, il suo capodopera, o Storia di un matrimonio), va oltre: se Isak Borg affronta la sua resa dei conti quasi sempre in solitudine, Jay Kelly si porta dietro un carrozzone asfissiante, la sua «grande confusione», la traiettoria formale del film deviando sulla fantasmagoria caotica di 8½ (secondo grado: Stardust Memories di Woody Allen) in cui Guido Anselmi è un artista bloccato che non riesce a distinguere la propria vita dal set perenne che gli è stato costruito attorno. Il vagone del treno in cui viaggia Jay e la villa in Toscana dove è ospite sono allora popolati dal suo entourage: come per Guido, ogni tentativo del protagonista di guardarsi dentro viene interrotto dal continuo rumore di fondo dello show-business. Lo stesso finale si rifà al film di Fellini che si chiude con la passerella in cui Guido, rinunciando a girare il suo film, accetta il caos della sua vita, prende per mano tutti i personaggi del suo passato e si unisce al girotondo circense della sua esistenza: la cerimonia in Toscana in Jay Kelly  è il corrispettivo della passerella, sullo schermo passando anche i filmini privati delle sue figlie da bambine, una sfilata di fantasmi privati cui segue un discorso che sottende la serena accettazione del suo sé, pregi e difetti.

Ora, se raccontare certa sostanza umana in subbuglio nella forma dell’introspezione tardiva di una star hollywoodiana che si scontra col paradosso del successo è sicuramente nelle corde del regista, sta di fatto che in Jay Kelly la sua scrittura non solo è poco ispirata, ma dimostra di non fidarsi dello stratificato sottotesto, preferendo la sua goffa esplicitazione (quando non la didascalia: “L’albero delle fragole” è il nome del festival toscano che celebra il protagonista). Certo, in questo quadro in costante disarmonia, non manca qualche guizzo: il personaggio del manager Ron (Adam Sandler, magnifico) ricorda i ritratti migliori e più dolorosi del cinema di Baumbach, quello di un uomo incastrato nell'intercapedine del successo altrui che paga il prezzo più alto per le nevrosi del suo assistito. Ma sono davvero piccole cose, ché basta l'indiretto (si fa per dire) omaggio a George Clooney che si riflette sullo schermo-specchio della kermesse toscana, a cadere ancora nella ridondante messa in abisso, quella di un cineasta (fin troppo) cosciente dei propri mezzi, qui impegnato a metterli in mostra più che a utilizzarli. 

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