TRAMA
In un futuro prossimo, una violenta banda di motociclisti fuori di testa uccide un poliziotto per vendicare la morte di un compagno. Max, collega e amico della vittima, decide di dimettersi, ma il destino lo porta di fronte agli assassini.
RECENSIONI
Paradigmatico exploit di George Miller, regista di origine greca che, dopo la professione medica e un paio di cortometraggi, si autofinanzia l’esordio nel lungometraggio con trecentocinquantamila dollari per dodici giorni di riprese e incassa in tutto il mondo più di cento milioni: prima di The Blair Witch Project, il film ha detenuto a lungo il primato nel rapporto costi/ricavi, lanciando la stella di Mel Gibson. È un B-movie distopico, un road movie e un western di vendetta, realizzato nel formato Todd-AO 35 che dilata lo schermo, che esaspera il cinema dell’amato Roger Corman alla ricerca continua dell’effetto facile su motori e violenza, spesso con espedienti ingenui e maldestri, ma all’insegna di un affascinante modo secco e d’impatto di girare: la seconda parte, pur mantenendo una drammaturgia rozza, procede per catarsi selvaggia ed efficace. Quel che si percepisce, e che non era mai stato fatto prima, è un senso di anarchia folle e amorale che nasce da esistenze dove non si ha più nulla da perdere. Miller deve aver pensato anche a The Cars that Ate Paris di Peter Weir, con le sue auto modificate (qui ridipinte a ogni scena, per far sembrare che siano di più) e guidate da pazzi assassini (nel caso, una vera banda di motociclisti). Purtroppo, la versione italiana che, al posto di Mad Max, preferisce richiamare il nome dell’auto che guida, è quella americana, distribuita con tagli plurimi per evitare la censura.

