TRAMA
Durante il processo contro il boss mafioso Rusty Pirone, un ex poliziotto, suo complice, minaccia una donna della giuria, avendo in mano suo figlio.
RECENSIONI
Nonostante parta con tutte le convenzioni del genere processuale, non si risolve in un confronto etico (più che epico) con fiducia nelle istituzioni e nella solidarietà umana alla Frank Capra ma, segno di tempi contingenti più disincantati, il film di Heywood Gould (da lui sceneggiato, con Jordan Katz) invita a contare solo sulle proprie forze, rischiando solo quando si è messi alle strette, senza fiducia nel sistema e nella giustizia terrena. Prende, quindi, una piega interessante (soprattutto alla luce di una partenza con modi banali e moralisti), all’insegna della lotta per la sopravvivenza, della giustizia solitaria, inscenando la seduzione del male (i valori si corrompono) e del bene (il personaggio di William Hurt che si redime). Ci sono, anche, tanti segni di una sceneggiatura con cognizione di causa, ma la messinscena, piatta e grossolana, butta tutto alle ortiche: non per niente, a pochi anni di distanza, il soggetto verrà ripreso da Il Giurato di Brian Gibson con Demi Moore, come a premiare lo script di Gould ma non la sua direzione, che si ripara dietro a un ottimo cast (compresi i numerosi noti caratteristi) senza saperlo sfruttare al meglio. Complice la fotografia anonima, il film ha la stessa figuratività di un film televisivo di quegli anni, non sa mettere in immagini la tensione psicologica che ha redatto (misero il confronto con il caposcuola La Parola ai Giurati di Sidney Lumet, ma anche con un Suspect di Peter Yates), accenna ironie (il giudice svogliato) senza svilupparle e risolve tutto in stereotipi. Gustoso cameo, però, di David Cronenberg nel ruolo di un regista felice di girare un film sulla vita del mafioso di Armand Assante (altra figura stereotipata sull’italo-americanità).

