Biografico, DISNEY+, Musicale, Recensione, Storico

IL TESTAMENTO DI ANN LEE

Titolo OriginaleThe Testament of Ann Lee
NazioneStati Uniti d’America, Regno Unito, Svezia
Anno Produzione2023
Durata136’
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Biografia della predicatrice Ann Lee, emigrata con la sua comunità religiosa dall’Inghilterra agli Stati Uniti intorno alla metà del Settecento. Danze estatiche, rifiuto della procreazione, persecuzioni subite e soprattutto l’impresa di costruzione di un mondo a parte, governato da regole proprie, minoritario ma tenace, che ancora oggi sopravvive.

RECENSIONI

"Three cheers to the fundamentalists in California who succeeded in having a dogmatic formulation of the theory of evolution removed from the text books and an account of Genesis included."
Paul K. Feyerabend, How to Defend Society Against Science (1975)

 

L’epistemologo austriaco Paul K. Feyerabend dedicò una parte tutt’altro che trascurabile della sua opera alla difesa di stregoni, di guaritori vari e di chiunque praticasse una forma di conoscenza che la scienza ufficiale liquidava come superstizione. Le loro ragioni, di per sé, non lo interessavano: gli importava che una società davvero libera lasciasse spazio a tutte le forme di pensiero, soprattutto a quelle che ci disturbano, uno spazio per esistere e per essere giudicate sui fatti, più che sulla loro provenienza. Quest’idea, oggi più scomoda che mai, in un’epoca che si professa aperta e tollerante ma che mal sopporta le deviazioni dalle narrazioni ufficiali, trova un’appassionante incarnazione cinematografica ne Il testamento di Ann Lee, rappresentazione della nascita di una comunità religiosa che la sensibilità contemporanea liquiderebbe in fretta come repressiva, fanatica e anacronistica. Fastvold non è una regista che si scopre con questo film: il suo nome è da anni inscindibile da quello di Brady Corbet, con cui condivide un sodalizio creativo che attraversa sceneggiatura, produzione e regia in entrambe le direzioni (e un simile sistema di vasi comunicanti non può non far pensare, fatte salve le ovvie differenze di impiego di mezzi e respiro della narrazione, a un altro fortissimo sodalizio degli ultimi anni, quello tra Sean Baker e Shih-Ching Tsou). Il testamento di Ann Lee dialoga da vicino con The Brutalist, uscito a distanza di pochi mesi e firmato dal compagno. Più che da un’affinità di superficie, il legame è dato da un'ossessione di fondo: l'individuo visionario che cerca uno spazio nuovo, una possibilità di ricominciare lontano dalle macerie del Vecchio Mondo, e che finisce per scontrarsi con un potere che non tollera la sua autonomia. A László Tóth tocca il potere capitalistico, che lo assorbe e lo sfigura nel nome del profitto; ad Ann Lee, quello politico-religioso, che la perseguita perché la sua fede non passa per nessuna delle vie autorizzate. Due variazioni sullo stesso tema, generate dalla stessa coppia di autori, che si possono quasi leggere come un dittico implicito sulla libertà che l'America promette e che quasi sempre, in un modo o nell'altro, fa pagare.

Il cinema contemporaneo continua a occuparsi di religione, ma spesso lo fa attraverso lo scandalo e la denuncia dell'ipocrisia e dell'abuso di potere, molto più raramente prova a confrontarsi con la fede come esperienza vissuta, come slancio verso qualcosa che eccede il calcolo e l'interesse individuale. Fastvold se la gioca diversamente: osserva i suoi personaggi, li segue da vicino, senza mai scivolare nella caricatura e senza mai illuminare il set come un altare di devozione. Lo spettatore è posto così di fronte a una comunità che molto probabilmente non vorrebbe mai frequentare, una comunità che rifiuta la sessualità coniugale, la famiglia tradizionale, perfino la continuità biologica attraverso la procreazione. E nonostante tutto ciò la regista riesce a farsi ascoltare, perché la sincerità con cui quella fede viene vissuta e la perentorietà con cui viene presentata non lasciano scampo a facili ironie. Sotto questo aspetto, il film entra in dialogo con opere diversissime per temperamento, come The Master di Paul Thomas Anderson o First Reformed di Paul Schrader, ma accomunate dalla volontà di interrogare la fede senza trasformarla immediatamente in patologia o in inganno. Il Testamento di Ann Lee smentisce poi le aspettative sotto un altro aspetto, quello della compostezza liturgica e della morigeratezza dei costumi, dei corpi rigidi e delle voci sommesse, perché il celibato shaker si manifesta con coreografie convulse, sudate, quasi orgiastiche, in cui l'energia sessuale negata nella vita quotidiana ritorna con un'intensità esponenzialmente elevata nel rito. Chiamarlo musical è formalmente corretto, ma rischia di essere fuorviante: non ci sono numeri costruiti per alleggerire il racconto o per intrattenere lo spettatore con voli su tappeti magici o esplosioni di luci variopinte. I canti e le danze sono manifestazioni fisiche dell'estasi religiosa, e l'estasi, qui, ha tutta l'urgenza e il disordine di un atto erotico, con corpi che tremano, si scontrano, cadono e si rialzano, nella trance collettiva di un rapimento mistico e sensuale. Il film appartiene così a un piccolo lignaggio di musical atipici, di cui Dancer in the Dark resta probabilmente l'esempio più alto: anche lì von Trier trasformava il numero musicale nella sola via di accesso a una verità che il registro realista non avrebbe potuto raggiungere da solo. Un confronto per contrasto, invece, si deve aprire con Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini: entrambi i film fanno della musica l’amplificatore dell'afflato mistico, ma dove Pasolini procede per sottrazione, con la fissità pittorica di una tensione ascetica, Fastvold procede per eccesso e ricerca del climax, con un cinema scatenato, sussultorio, dove l'eros che Pasolini teneva fuori campo diventa qui la materia prima dell'estasi stessa.

Sul piano tecnico il film conferma questa stessa logica corporea: la fotografia privilegia la luce naturale e le composizioni d'insieme, isolando il singolo corpo dal gruppo solo nei momenti in cui Ann si stacca davvero dalla comunità; il montaggio rallenta nei dialoghi e accelera fino quasi alla vertigine nelle sequenze corali, lasciando che sia il ritmo a comunicare l'intensità dell'esperienza collettiva più di quanto potrebbe fare qualsiasi battuta di sceneggiatura. Amanda Seyfried regge l'intero edificio con un'interpretazione magistrale, intensa e ferina, che non cerca mai la simpatia del pubblico e che proprio per questo risulta magnetica. Il testamento di Ann Lee ci ricorda che riconoscere l'esistenza di mondi che ci appaiono estranei, a volte incomprensibili, non è come applaudire le idee che già condividiamo. È lo stesso paradosso che Feyerabend metteva sul tavolo parlando di pensiero magico e di fondamentalismi: difendere una libertà di pensiero per davvero significa difenderla anche, e soprattutto, quando farlo ci costa qualcosa. Per questo il film lascia una traccia che va oltre la pura e semplice epicità del racconto biografico: perché si sofferma su una dimensione dell'esperienza umana che il nostro tempo preferisce spesso etichettare e liquidare in fretta. E in un'epoca che ama le semplificazioni, la complessità può ancora causare una salutare inquietudine e uno spiazzamento che altro non è se non un allargamento della visione.

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