Fantasy, Recensione

IL SIGNORE DEGLI ANELLI – LA COMPAGNIA DELL’ANELLO

Titolo OriginaleThe Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring
NazioneNuova Zelanda, U.S.A.
Anno Produzione2001
Genere
Durata178'
Trattodall'omonimo romanzo di John Ronald R. Tolkien
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Il transitorio periodo di pace nella Terra di Mezzo è ormai agli sgoccioli. Lo stregone Gandalf avverte il giovane hobbit Frodo che l’Anello misterioso a lui donato da Bilbo è il più potente mezzo per conquistare il Potere da parte di chi esercita il male. E il terribile Sauron, re di Mordor, scoperto che quell’anello è nascosto nella Contea, ha inviato i 9 Cavalieri Neri per recuperarlo ed impossessarsene. Frodo è costretto quindi a lasciare la sua terra alla ricerca di compagni che lo aiutino nel trovare un modo e un luogo per non far finire l’anello nelle mani del nemico.

LA TRILOGIA:
LA COMPAGNIA DELL’ANELLO
LE DUE TORRI
IL RITORNO DEL RE

RECENSIONI

Nelle mani migliori

E' solitamente improbabile che un film tratto da un libro apparentemente inavvicinabile, per l'aura di mito che lo circonda ma anche per le intrinseche difficoltà di trasposizione, riesca a mantenere le aspettative che, la grandezza dell'originale aggiunta ad una sistematica e megalomane campagna pubblicitaria, hanno ingigantito negli spettatori. Eppure la monumentale opera di Jackson riesce nell'impresa conquistando non solo i fedelissimi fantasy e il grande pubblico ma anche buona parte della critica, che ha forse voluto sottolineare la differenza di calibro con la messinscena di Harry Potter, il cui successo ha indispettito ben più persone che i cinefili dal palato fino. Infatti il regista neozelandese, al contrario del mediocre Columbus, riesce a trasporre l'universo immaginario tolkieniano in un universo parallelo a quello ma propriamente cinematografico, evitando la mera riproduzione del modello cartaceo (che, è inutile ribadirlo, è una pedissequa traduzione di un altro linguaggio, pertanto non ha nulla di artistico o di personale): non c'è niente di letterario infatti nel TLOTR in celluloide; l'atmosfera cupa del romanzo, i paesaggi deliranti e visionari, la "fauna" variegata che popola la Terra di Mezzo, le interazioni e gli scontri fra i rappresentanti di questo mondo fantastico sono puramente cinematografici e stilisticamente "jacksoniani" e, se il talentuoso neozelandese si ritrova tra le mani una tale formidabile sceneggiatura, è pur vero che padroneggia i cangianti toni della vicenda con equilibrio e maestria notevoli caratterizzando altresì i personaggi con la puntigliosità dello scrittore inglese. Un altro merito di Jackson è quello di sacrificare le parti della saga meno a sua misura, risaltando gli eventi grandiosi e lirici che più si adattano alle sue corde: gli scenari tenebrosi e inquietanti; gli oggetti che trascendono l'apparente "fisicità", le "facce" del male i cui parossismi sono il frutto di tante esplorazioni nei terreni dell'horror; il tutto con un'inappuntabile scansione dei tempi. Naturalmente il film non è perfetto: seppur sacrificate, rimangono presenti alcune (non) scelte narrative filologicamente necessarie alla linearità della storia che però finiscono con l'appesantirne la fluidità (il noioso ma indispensabile prologo tanto per fare un esempio); licenze romanzesche fuori luogo al probabile fine di compiacere i generosi produttori (vedi la zuccherosa, nonché "apocrifa", scena d'amore fra Aragorn e Arwen, che nell'originale si limita ad uno scambio di sguardi); nella grandiosa visionaria messinscena Jackson si fa a volte prendere la mano dalla computer grafica eccedendo in perdonabili virate verso un'estetica da videogioco, come in alcune carrellate aeree in quel di Isengard, un po' troppo forzate per mantenere lo spettatore in una dimensione pur sempre "reale" all'interno di un contesto fantastico. Pecche trascurabili, in confronto alle (molte) scene memorabili che costellano il film (lo stratagemma per la notte al Puledro Impennato, l'ondata che spazza via i cavalieri neri sul Bruinen, la battaglia a colpi di magia tra Gandalf e Saruman, l'avventura alle grotte di Moria, la morte di Boromir). Di questo risultato di rilievo gran merito va dato alla produzione che, per dirigere una delle opere più ambiziose immaginabili, non ha chiamato il solito mestierante privo di talento ma apprezzato dallo star system, bensì un periferico regista neozelandese, semi-indipendente, che però è uno dei più grandi realizzatori di horror-fantasy del panorama mondiale, ovvero le "mani" migliori per realizzare Il Signore degli Anelli. Speriamo che questa strategia sia da esempio per i futuri kolossal.

Quel che resta del Signore degli Anelli

Il Piacere del Racconto

Peter Jackson e' riuscito nel miracolo: trasformare il primo libro di un romanzo mito di grande complessita', in un film bello e compatto, in grado di conciliare i fan piu' temibili con il pubblico piu' sprovveduto. L'ardua alchimia e' raggiunta grazie al controllo operato da Jackson sulla tanta materia, umana e letteraria, a disposizione. Con lo spegnersi delle luci in sala e lo schermo ancora nero, la voce fuori campo accompagna gradualmente nell'impalpabile magia di un mondo che non esiste ma che prende forma sotto gli occhi dello spettatore. La poltrona su cui si e' seduti diventa quindi una sorta di barca che trasporta nel mondo della Terra di Mezzo, dove un gruppo di elfi, hobbit, umani, nani (che ricordano per eterogeneita' la squadra Cyborg 009 dell'omonima serie giapponese) deve lottare per evitare la vittoria del Male. Generalmente nei film fantasy gli eroi, o l'eroe solitario, conducono la loro battaglia per conquistare qualcosa, una sorta di trofeo che permetta il trionfo del Bene. Nella saga tolkieniana, invece, l'eroe deve liberarsi di qualcosa, nel caso specifico di un anello, che gli e' capitato addosso come una iattura e la cui sola distruzione potra' salvare l'umanita' dalle tenebre infinite. La lotta non sara' ovviamente facile, con tante prove da superare e nemici da fronteggiare e il film si chiude proprio sul piu' bello, lasciando la voglia di scoprire cosa succedera' e di restare ancora per un po', nonostante le tre ore di proiezione, all'interno del mondo di Tolkien reso per immagini da Peter Jackson. La potenza visiva deriva dalla magnificenza delle location neozelandesi e da un utilizzo della computer grafica a supporto della narrazione. Ecco quindi vivere insieme ai protagonisti la scalata delle montagne, i passaggi nel sottosuolo, le vertigini dalle torri o dai ponti sospesi nel vuoto. Tutto forse gia' visto o immaginato, ma reso con un'epica visiva capace di trasformare una storia nella Storia. Non tutte le trovate sortiscono lo stesso effetto e alcuni mostri non convincono (ad esempio gli orchi cannibali che paiono ricalcare con poca fantasia e poco stupore le creature di Cabal), ma l'atmosfera di incanto resta viva per tutta la proiezione. Il merito, oltre all'efficacia della rappresentazione, e' della sceneggiatura, che semplifica senza spiegare, lega la spettacolarita' con l'intimismo e da' ad ogni personaggio la giusta caratterizzazione. Nel cast spiccano l'espressivita' del giovane Elijah Wood, che rende l'innocuo Frodo un supereroe suo malgrado, vulnerabile e credibile, e il carisma di Ian McKellen, un Gandalf che tutti vorrebbero avere come nonno, in cui si coniugano saggezza ed azione. Tanti gli stimoli e i parallelismi possibili, ma su tutto il piacere di abbandonarsi a un viaggio in grado di trasportare altrove. La sensazione, a proiezione terminata, e' di essere stati accanto a un focolare ad ascoltare una leggenda, tanto lontana ed improbabile, quanto viva e pulsante nei territori insondabili della fantasia.

Dal Quarto Mondo alla Terra di Mezzo


Il fascino del male trasmigra dal "Quarto Mondo" delle Creature del Cielo alla "Terra di Mezzo" della trilogia di Tolkien (1954-1955): a differenza di Ralph Bakshi (un film d'animazione nel 1978), Jackson riesce nell'impresa titanica di adattare le oltre mille pagine di una delle saghe fantastiche più amate del 20º secolo, gira tre episodi contemporaneamente, abbatte i costi con l'ausilio delle tecnologie digitali e non tradisce l'originale, grazie alla palpabile passione di un fan che i tre romanzi li ha letti, riletti, amati, sognati e immaginati a lungo. Stregoni, nani, orchi, elfi, solenni cavalieri, boschi incantati, montagne minacciose, verdi praterie, caverne sconfinate, castelli imponenti, anime dannate, magie e maledizioni, Luce e Oscurità. Il colossale e sorprendente immaginario del regista neozelandese dà corpo a quel complesso mondo fiabesco di archetipi e manicheismi, leggende nordiche sature d'onore e sacrificio, paura e commozione: il suo cine-occhio è sempre più avido di fastose scenografie e campi lunghi, sconfinati plongée, maschere ancestrali, territori della fantasia, colonie di pulsioni arcaiche dove è il coraggio a discernere le Forze del Bene dagli Eserciti del Male. Abbraccia l'epica con qualche enfasi di troppo (i ralenti "emotivi" nella Terra degli Elfi, le sottolineature del commento sonoro, i filtri da spot), è vittima di snodi drammaturgici e meccanismi spettacolari conformisti, racconta la superficie dell'avventura piuttosto che la corruzione delle società umane evolute, non avrà il talento pittorico e le espressioni autorali di John Boorman (Excalibur) che aveva in progetto di ridurre il romanzo per il grande schermo, ma gli inevitabili squilibri con cui condensa il primo libro (indugi in partenza e curve repentine a seguire) appartengono solo alla versione “corta” uscita nelle sale (la “extended version” è quasi perfetta). Jackson appartiene a quella schiera di autori cresciuti con il cinema di serie B (Ray Harryhausen e I Maghi del Terrore di Roger Corman sono esplicitamente citati): ha la sindrome di chi vuole nobilitare un giocattolo anziché approcciare un capolavoro. La generosità di quelle pagine leggendarie, però, si specchia nell'entusiasmo contagioso delle sue visioni. La seconda parte sollecita il ritmo e la tensione, si perde estasiata nello sguardo algido e dolcissimo di Cate Blanchett, si bagna di sangue nella battaglia, per poi perdersi nell'azzurro infinito degli occhi di Elijah Wood, colmi del peso della responsabilità e della solitudine. Continua.

Miracolo annunciato quello di Jackson: il lettore che si avvicina al film non rimane deluso! In buona parte perché, vedendo la pellicola, ci si rende subito conto che è opera di un appassionato. Peter Jackson, da innamorato della trilogia, ha sia la conoscenza profonda sia il rispetto (che è quasi devozione) necessari per non commettere scempi. Chi è quindi interessato al problema della fedeltà si tranquillizzerà quasi subito e potrà iniziare a ragionare sull'efficacia delle scelte. Anche qui ci sentiamo di promuovere la trasposizione: gli inevitabili tagli e le semplificazioni sono sensate, il prologo riesce come può a superare la difficoltà di dare il via ad una storia complessa e già iniziata (L'Hobbit), e persino il ruolo da amazzone dato arbitrariamente a Liv Tyler serve a valorizzare il suo personaggio eliminandone altri che creerebbero solo confusione (la deprecata storia d'amore con Aragorn è un perdonabile ed innocuo peccatuccio degli autori). L'unico di cui si sente un po' la mancanza è Tom Bombadil, insieme agli alberi animati, ma il film dura già tre ore! Risolte le questioni preliminari non resta che il valore intrinseco della pellicola. Ed è sempre con la passione che si sfugge al rischio del kolossal senz'anima. Ma anche, in questo caso, con un utilizzo intelligente ed ispirato degli effetti speciali. La tecnologia, che ha reso possibile dar corpo alla sfrenata fantasia di Tolkien, non ruba la scena alla storia e non le toglie contenuto, dà, al contrario, voce all'emozione. L'alternanza fra paesaggi naturali della Nuova Zelanda e "trucchi" quasi sempre non innaturali si armonizza in una visione che è un grande piacere per gli occhi. Fra tante meraviglie della natura e tante creature bizzarre lo stupore più grande rimane comunque quello iniziale, nel vedere hobbit di un metro e trenta accanto a figure di statura normale: una scommessa difficile perfettamente vinta per tutto il film. Ma l'incanto non si ferma qui; è l'esposizione dell'immensamente grande e dell'immensamente malvagio a sgomentare lo spettatore, la minaccia che grava inattesa su un mondo intero, ed il compito di salvarlo che cade nelle mani di esseri immensamente piccoli ed indifesi. Il film Il signore degli anelli non è solo una folla di rumori (insistiti, perfino aggressivi) e colori (sempre mutevoli ed espressivi), perché la sceneggiatura, nel rispetto del romanzo, recupera i silenzi e poggia lo sguardo sui personaggi. Molti di essi non sono solo fantocci, i più importanti restano nella memoria per la loro personalità, e questo rimane uno degli aspetti più importanti di qualunque storia. In aggiunta, Il signore degli anelli non è solo un meraviglioso trionfo della fantasia che accosta hobbit, elfi, maghi, orchi e molto altro: è anche la rappresentazione di temi eterni in versione lontanissima ma anche vicinissima. I due protagonisti della lotta sono il Bene assoluto ed il Male assoluto, eppure anche gli individui completamente buoni sono costantemente minacciati dal fascino pericoloso del Male (e nel Male, viceversa, c'è spesso una bontà perduta). Veicolo della contaminazione un anello, metafora del Potere, corruttore per antonomasia. Praticamente tutti i protagonisti positivi devono guardarsene, a cominciare dall'infantile ed indifeso Frodo: un messaggio senza tempo che non perde nulla della sua forza. Effetti lampanti della contaminazione sono la schiavitù e la solitudine, e non a caso è proprio l'amicizia incondizionata una delle colonne portanti della storia, rifugio sicuro alle tentazioni ingannevoli. Tutto questo è reso bene nella pellicola, non come nel libro, ma questo sarebbe chiedere troppo (peccato perdere l'esemplare vicenda di Gollum, ma potrebbe essere ripescata nella ormai probabile trasposizione dell'Hobbit, ovviamente da affidare a Jackson). Nonostante i valori universali su cui è imperniato e nonostante la sua bellezza indiscutibile non si può non sottolineare un aspetto ovvio, ma che si fa sentire durante la visione: Il signore degli anelli è un film di genere. Al punto tale che si fatica ad immaginare come chi non ha simpatia se non predilezione per il fantasy possa veramente apprezzarlo. E con una considerazione forse superflua non si può non pensare per un attimo ad un film nettamente inferiore come Harry Potter che, tuttavia, risulta più universalmente godibile. Non si tratta di un giudizio di merito, forse solo la constatazione di un limite congenito. O la critica a chi ha definito per bambini le storie di Tolkien. Non sembra per bambini il film, nella sua violenza e drammaticità, nel perenne senso di minaccia di cui è permeato, sia pure fra qualche fugace siparietto buffo, nell'indulgere insistito sulle forze del male e sulla loro orrenda ferocia. Persino nel suo sviluppo la narrazione è sempre più una fuga dal male, avvincente ed angosciante, eppure, ovviamente, senza sollievo. Alla fine delle tre ore la tensione dello spettatore viene semplicemente rimandata all'anno prossimo, ed è una conclusione che non concede neppure una tregua parziale; ma così ha stabilito Tolkien. Per fortuna, al momento dell'interruzione frustrante quel che rimane è, accanto al senso di fiaba (feroce), la voglia di tornare a vedere il seguito. Un buon risultato, in parte dovuto anche all'affezione repentina risvegliata dalla compagnia. In un cast indovinatissimo, senza eccezioni, lasciano il segno soprattutto il volto irreale di Frodo Elijah Wood (la sua espressione è un effetto speciale aggiuntivo), il Gandalf umano di McKellen ed il carisma dell'eroe sofferente Aragorn - Viggo Mortensen.

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