
TRAMA
Anni cinquanta: il piano del bandito Salvatore Giuliano è di rendere la Sicilia uno stato americano. Ruba ai ricchi per dare ai poveri e finisce nel mirino del suo protettore mafioso.
RECENSIONI
Per quanto la sceneggiatura di Steve Shagan (e Gore Vidal, non accreditato) si basi sull’omonimo romanzo di Mario-Il Padrino-Puzo (o, forse, proprio per questo), questa versione della biografia di Salvatore Giuliano (tutta il contrario di quella di Francesco Rosi: la natura è carezzevole e non spoglia, la figura è positiva, fino all’elegia, e non cupa o sfuggente) va presa come pura opera di fantasia: anche così, nelle mani di Michael Cimino (e della versione mutilata uscita in sala, 115’ vs. 146’ di un director’s cut del 2003 mai giunto in Italia: la produzione ha alterato anche il montaggio e aggiunto dialoghi), fatica a essere credibile, approfondita, curata. Ma il cinema di Cimino vive di leggenda, epica, allegoria (l’autore ha dichiarato di voler restituire l’aura divistica del personaggio, ispirato dalla sua foto uscita su Life magazine), non di Storia e Politica: arduo capire se, in questa direzione, rientri anche la scelta infausta e strampalata di volere a tutti i costi il francese Christopher Lambert come protagonista, ma a contare veramente è la mano del regista che, in alcune pagine, possiede una potenza evocativa unica, con largo e insolito spazio dato ai colori vivi del paesaggio. A Rosi, nelle sue dichiarazioni, Cimino preferisce Visconti (che, asserisce, vive meno di luoghi comuni), anche nel ritrarre la Mafia, parte di una trinità siciliana con aristocrazia e Chiesa. La versione ‘ufficiale’ non piacque a nessuno (pubblico e critica): quella del 2003 ha rimesso le carte in tavola.

