TRAMA
Perché un gruppo di bambini dei Quartieri Spagnoli si aggira per Napoli, alla fine delle festività natalizie, cercando alberi di Natale da trascinare in un nascondiglio? E perché deve proteggere questi alberi dalle incursioni di bande di coetanei dei quartieri vicini?
RECENSIONI

Un manipolo di ragazzini scorrazza per le strade di Napoli, a gruppi, in sella a motorini che perdono pezzi. Sul finire delle Feste, battono case, piazze e negozi per raccogliere, talvolta rubare, alberi di Natale dismessi. Scandagliano la città, entrano in azione, fuggono. Senza legge, animati da un entusiasmo luciferino, trascinano gli abeti attraverso i vicoli stretti della città. Le traiettorie anarchiche portano ad un unico punto, uno stabile in corso di smantellamento, un improvvisato magazzino-ferita a cielo aperto nel cuore dei Quartieri Spagnoli.
Nient’altro viene mostrato e, soprattutto, nulla viene spiegato per la quasi totalità de Il segreto. Oltre la spiegazione, oltre la razionalità, oltre il significato. Solo la reiterazione dell’azione ad infinitum – prendere, trascinare, accatastare – in un movimento cinematografico ipnotico, favorito da un camera incredibilmente invisibile, che osserva senza parlare, audacemente lì eppure come assente. Sottraendo la ratio, il fine, il senso, cosa rimane dell’azione oltre il significato? L’azione ripetuta all’infinito senza scopo dichiarato è vuota e priva di senso, se non il senso tautologico dell’azione in sé. In questi termini, l’azione diventa rito, culto da officiare, adesione mistica e sottomissione al gesto. La performance della realtà ha poi luogo in un contesto ambientale (e sociale) a suo modo paradossale, i fatiscenti Quartieri Spagnoli, che offrono un contrappunto esteticamente coerente al mistero dell’azione: un cortile degradato fra i palazzi in rovina, la gente che guarda assente dalle finestre, i ragazzini che tramano e agiscono padroni assoluti della città. Ed è in questo contesto che il luogo di raccolta degli alberi – uno squarcio nella città in rovina – diventa un spazio oltre dove il rito può concludersi e trascendere infine nel magico, ridonando significato al gesto svuotato. Nei minuti conclusivi l’azione è infatti finalmente sublimata in un movimento purificatore di vitalità pagana: gli alberi accatastati si tramutano in un enorme falò, acceso per celebrare il culto di Sant’Antonio e porre simbolicamente fine all’inverno con la carica purificatrice del fuoco. I bambini gridano e vi danzano attorno, ogni azione ora ha il suo senso.
Propugnando un discorso estetico rigorosissimo portato avanti con testarda (e forse un po’ compiaciuta) coerenza, Cyop&Kaf confezionano un prodotto che aderisce totalmente ai dettami del documentario d’osservazione e forse spingendosi ancora più in là, verso i confini della video arte in cui l’esperienza psicofisica della visione in sé è percepita con più necessità che il semplice bisogno di chiusura narrativa. Questo è, al tempo stesso, il maggior elemento di fascino del film (perdersi nell’eterno ritorno di un’azione apparentemente senza scopo) e il principale limite di un documentario volutamente ripetitivo fino allo sfinimento.

