TRAMA
Dopo sette anni di peregrinazioni, Harry decide di tornare in famiglia. Accompagnato dall’amico Arch, raggiunge la fattoria dove vivono sua moglie Hannah e la piccola Janey. Ma la donna non lo accoglie a braccia aperte…
RECENSIONI
No Way Home
L’esordio alla regia di Peter Fonda, datato 1971, è l’esatto contrario del western comunemente inteso. Alla base delle vicende d’indiani e cowboy troviamo, tra i principali, due miti, quello della Frontiera, l’orizzonte estremo ed incontaminato nel quale è possibile costruirsi una nuova vita, e quello dell’Homo Faber, arbitro del proprio destino, privo di vincoli e intenzionato a non crearsene. “Il ritorno di Harry Collings” è la storia, per l’appunto, di un tentativo di riappropriarsi del passato: il cowboy, resosi oscuramente conto che tutto sotto il sole è vanità, torna in seno alla famiglia, e qui scopre che la fragile donna che ha sposato non esiste più. Hannah si è presa cura della casa e della bambina, ma non come una Penelope, ma nelle vesti di unico proprietario: difatti è disposta ad accogliere Harry solo in incognito, facendolo passare per un aiutante (questo il senso del titolo originale). L’uomo, che era fuggito via perché stanco dei legami e della routine, scopre quanto sia difficile riconquistare quello che un tempo aveva considerato con tanta leggerezza: ma è ormai tardi, e neppure una morte eroica potrà esaudire il suo desiderio di reintegrazione, se non per interposta persona. Pervaso da un senso panico del paesaggio (anche per merito della fotografia da sogno di Vilmos Zsigmond), il film soffre di un certo squilibrio tra la parte centrale (la più innovativa e risolta) e le due “estremità”, più convenzionali, comunque illuminate da trovate fulminee ed enigmatiche, come il cadavere della bambina nel fiume. Peter Fonda dirige meglio di come reciti, Warren Oates è imponente ma non brilla per duttilità: ad entrambi ruba la scena Verna Bloom, dura, disillusa, suo malgrado ancora innamorata del marito, indimenticabile quando racconta le sue notti vedovili.
