TRAMA
1925: a Palermo giunge il prefetto Cesare Mori, duro e intransigente. Vuole sradicare la mafia con tutti i mezzi, e ha pieni poteri da Mussolini. Cercano di intimidirlo, reagisce e si dedica alla repressione del brigantaggio.
RECENSIONI
Sulla scia di In Nome della Legge di Pietro Germi, basandosi sul saggio di Arrigo Petacco (anche sceneggiatore), Pasquale Squitieri toglie (in modo ambiguo) al fascismo uno dei pochi meriti che i nostalgici ancora gli attribuiscono, l’apparente sradicamento della mafia nella prima metà del Novecento, e lo consegna senza tentennamenti nelle mani del realmente esistito prefetto Mori. Di “destra”, se vogliamo, ci sono i modi durissimi di un film privo di falsi pietismi e spietato verso l’avversario di turno, che va debellato come un cancro: attento al lato spettacolare (non solo per il consistente budget dell’operazione, ma per la veste pseudo-western pronta a edificare un climax esaltante), Squitieri infiamma gli animi nel momento in cui, su grande schermo, fa cadere questa gogna secolare e apparentemente indistruttibile e canta uno Stato finalmente efficiente. Il regista, poco amato dalla critica, in realtà non fraintende il coraggio dell’uomo di strada e di fede comunista (il contadino che testimonia al processo), né vuole confondere i metodi efficaci con le ideologie che li sottendono. Il suo è grande mestiere e una grande lezione politica e civile (ed è questo che conta, infine), nonostante il pessimismo che porterà alla fuga da “un’isola maledetta”: il botteghino lo ha premiato con quattro miliardi di lire di incasso, la carta stampata lo ha affossato. Giuliano Gemma probabilmente nel ruolo migliore della sua carriera; Claudia Cardinale (moglie del regista) in parte.

