TRAMA
1952: il poeta in esilio Pablo Neruda si rifugia in un’isola del Mediterraneo. Un timido postino locale cerca di fare la sua conoscenza.
RECENSIONI
Rimaneggiando (nel tempo, nello spazio, nel finale) il romanzo del cileno Antonio Skármeta “Il postino di Neruda”, Massimo Troisi affida all’amico inglese Michael Radford la direzione di questo piccolo, semplice film all’insegna dei buoni sentimenti che lui, malato, non si sentiva in grado di condurre in porto. L’attore napoletano morì per un attacco cardiaco poco dopo la fine delle riprese, a soli 41 anni e l’opera, al di là dei propri meriti, ne diventa il canto del cigno: è stata lanciata con successo anche negli Stati Uniti, previo concorso agli Oscar (hanno vinto le orecchiabili musiche di Bacalov) e ha ricevuto consensi trasportati dal rammarico della perdita, magari forzando un segreto testamento (anche per il finale profetico). Invece Troisi andrebbe ricordato per il delizioso, raffinato Pensavo Fosse Amore... invece era un Calesse che, per sfumature e profondità, guarda dall’alto in basso questo facile meccanismo di commozione fra pigmalione (Neruda-Noiret) e impacciato Paisà (Postino-Troisi), con la retorica della semplicità che sconfigge l’altezzoso intellettualismo. La sua veste amabile e deliziosa appartiene tutta all’attore: i tempi e modi del suo recitare ne fanno, nonostante i crediti non lo dicano, il co-regista ideale. Gli appartiene come autore anche l’ennesima disquisizione sull’amore e sulle emozioni, non foss’altro che, dopo una serie di schermaglie con il personaggio di Renato Scarpa in cui l’amore pare burlarsi della politica, improvvisamente l’opera prende una piega faziosamente propagandistica (comunista), con schematicità disarmante (Radford?), arrivando a bozzettismi pacchiani ed elementari, come quello del malvagio candidato democristiano che legge d’Annunzio e quello del prete anti-sovietico, finendo in un sensazionalistico e sessantottino finale con la celere assassina. Del grande poeta, insomma, si sposa il rosso ideologico anziché quello del cuore e si perde tutta la possibile magia, lirica e malinconica (più consona a Troisi). Gli elementi più gustosi sono i tocchi e sguardi memoriali alla Fellini, la capacità disarmante di Troisi di commuovere (aiutato da un aspetto già corroso dalla malattia), la sequenza del calciobalilla, la metafora del rinnovamento culturale e della coscienza. Girato a Salina.

