TRAMA
Fine XIX secolo: dopo averla notata più di una volta fra il pubblico, il mago Harry Houdini sposa Bess e ne fa la sua partner sul palcoscenico ma il successo è scarso, finché Harry non si cimenta come artista della fuga in esperimenti mortali.
RECENSIONI
Parabola vitale romanzata fino al midollo eppure esemplare: lo sceneggiatore Philip Yordan s’ispira alla biografia del 1928 di Harold Kellock ma la scrittura cinematografica segue le proprie regole, dalle stalle alle stelle fino alla sublime follia, con il leitmotiv, a suo modo anche coraggioso, di un protagonista ossessionato dalla sfida della morte, non solo in modo diretto nei suoi leggendari numeri di fuga, ma anche collateralmente (il fatto di affidarsi ai medium per entrare in contatto con la madre) e con un finale (mai accaduto nella realtà) che apre le porte all’impossibile credibile. L’angelo custode dell’artista della fuga è la moglie Bess, interpretata da Janet Leigh, compagna di Tony Curtis anche nella vita vera, per la prima volta insieme all’amato di fronte alla macchina da presa. Drammaturgia solida e senza fronzoli di George Marshall, che filma spesso i numeri (da segnalare la suspense di quello nella scatola di metallo intrappolata sotto il ghiaccio) in campo lungo per dare la sensazione di non “falsificare” quelli che non erano necessariamente trucchi: in questo gioco fra finzione e realtà, rientra anche la citazione del film muto interpretato da Houdini in persona, The Grim Game. Anche il Technicolor di Ernest Laszlo coadiuva nell’edificazione di un “fantasy” realistico: in questo senso, non è casuale la produzione di George Pal, di origini ungheresi (come anche Laszlo e Curtis) come Houdini.

