Commedia, Drammatico, Recensione, Sky, Sportivo

IL MAESTRO

TRAMA

Estate, fine anni Ottanta. L’ex tennista Raul Gatti, deluso dalla sua mediocre carriera, diventa l’allenatore di un giovane timido talento, Felice, schiacciato dalle aspettative del padre. I due iniziano un viaggio lungo la costa italiana che, tra sconfitte, bugie e incontri bizzarri, porta l’allievo a scoprire il sapore della libertà e il maestro a intravedere la possibilità di un nuovo inizio.

RECENSIONI

L'esplorazione delle zone opache del potere, l'educazione e l'addestramento come spazi privilegiati per interrogare il contemporaneo. Andrea Di Stefano, alla quarta prova dietro la macchina da presa e a distanza di due anni dal teso e virtuosistico L'ultima notte di Amore, sceglie il tennis come superficie simbolica, come dispositivo narrativo attraverso cui interrogare il fallimento, l'autorità e il difficile passaggio dall'esercizio all'autonomia. Ambientato tra la fine degli anni Ottanta e un immaginario che guarda all'Italia predigitale, Il maestro segue Felice Milella, giovane promessa cresciuta sotto il controllo ferreo del padre Pietro, allenatore autodidatta e custode di un'etica del sacrificio assoluto. Il suo tennis, meccanico e punitivo, è il riflesso di un'istruzione fondata sulla rinuncia e sulla resistenza. L'ingresso in scena di Raul Gatti, ex professionista mai davvero consacrato che vanta addirittura un ottavo di finale al Foro Italico, introduce una frattura: non tanto tra due stili di gioco, quanto tra due concezioni della vita. Alla disciplina verrebbe da dire “monastica” del padre si oppone il carisma irregolare del mentore, figura affascinante e insieme inaffidabile, portatrice di un sapere incompiuto. Di Stefano sembra promettere una parabola di riscatto, ma la disattende progressivamente, concentrandosi su ciò che resta ai margini delle narrazioni sportive: la ripetizione delle sconfitte, la precarietà emotiva di chi vive ai bordi del successo. Il maestro è un film profondamente interessato al fallimento, inteso non come incidente di percorso, ma come condizione strutturale e persino identitaria.
Raul non è un guru: è un uomo che ha mancato il proprio appuntamento con il talento e che ora sopravvive in un circuito minore, portandosi dietro fragilità psichiche che il film non addolcisce né spettacolarizza. Il rapporto tra Felice e Raul si costruisce allora su una forma di reciproca necessità. L'allievo, irrigidito da una formazione che ha sacrificato ogni spazio ludico, trova nel precettore una possibilità di deviazione; l'adulto, a sua volta, si specchia nel giovane come in un'ultima occasione di senso. Di Stefano privilegia i tempi dilatati, le attese, la materialità dimessa del circuito giovanile: alberghi fuori stagione, palazzetti periferici, viaggi interminabili. Il tennis giocato c'è, ma l'attenzione si sposta dal gesto atletico alle sue conseguenze emotive. Anche per questo, la chiusura resta volutamente irrisolta: qua non c'è catarsi, non c'è una morale pacificante e pacificatoria. La sceneggiatura (firmata da Di Stefano assieme a Ludovica Rampoldi, già autrice dello script di La ragazza del lago di Molaioli e di Il traditore di Bellocchio, e passata alla regia nel 2025 con Breve storia d'amore) preferisce fermarsi in quella zona ambigua in cui crescere significa, prima di tutto, disobbedire senza sapere ancora verso cosa. Allo spettatore resta, così, un racconto trasversale sull'educazione sentimentale e sui limiti dell'autorità; un'opera imperfetta ma coerente, che nella sua ostinata attenzione ai perdenti – mai eroici, mai del tutto sconfitti – trova la sua misura più interessante e attuale.

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