Drammatico, Recensione

IL FUOCO DELLA VENDETTA

Titolo OriginaleOut of the Furnace
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Durata116'
Scenografia

TRAMA

Russel, operaio in un’acciaieria, vive un’esistenza dimessa in un’opaca cittadina della Pennsylvania. Poco a poco gli inciampi del caso e l’irrequietezza di un fratello autodistruttivo finiranno per travolgerlo.

RECENSIONI

Il fuoco della vendetta racconta una storia dolorosa profondamente calata in un territorio degradato e proletario. Fin dall'inizio pervaso dal sentore pesante di un destino ineluttabile, il film inchioda tutti i suoi personaggi su una strada che non prevede via d'uscita, a dispetto dei buoni propositi e dei tentativi di uscire "Fuori dalla fornace" (il titolo originario, come sempre più opportuno di quello rozzamente ad effetto assegnato in Italia). La fotografia di Masanobu Takayanagi e l'espressione del volto di Christian Bale restituiscono perfettamente l'atmosfera dell'opera. Nucleo centrale è un rapporto simbiotico tra fratelli, connotati per contrasto - quello posato e quello arrabbiato col mondo, quello che combina guai e quello che li risolve, quello che si accontenta e quello che non ne vuole sapere - intorno al quale ruotano piccole esistenze misere ed arrangiate, l'universo dell'acciaieria e quello della criminalità locale in cui la violenza è necessità ma anche stile di vita e modo di essere. Nonostante premesse non disprezzabili la pellicola propina quasi da subito una serie di luoghi comuni su perdenti, destino, contesti sociali violenti ed inciampi fatali che mozzano qualunque possibilità di autentico entusiasmo o coinvolgimento dello spettatore. Il soggetto mette imprudentemente troppa carne al fuoco senza cuocerla. Quella dell'incidente e dell'esperienza in carcere è più una parentesi strumentale a rinforzare la sensazione di un destino avverso che una tappa il cui vissuto incide davvero sul protagonista. Il riferimento alla guerra in Iraq è rapido e corretto, già sentito anche nelle immagini più crude e nella rabbia del reduce. L'accenno a Obama in un ritaglio di telegiornale è abbandonato a se stesso tra una scena e l'altra.In una pellicola che vive in primo luogo dei propri caratteri proprio la loro costruzione e psicologia risulta debole. Lo stesso protagonista si rivela un personaggio di poco spessore e poco coerente, che subisce tutto, sembra aspirare a poco, ma all'improvviso persegue una vendetta fredda e determinata. Il fratello viene sintetizzato in un "è stato strano fin da piccolo, aveva qualcosa dentro" e in uno sfogo che banalizza la tragedia dei reduci di tutte le guerre. Il poliziotto di Whitaker ("non facciamo fuoco e fiamme ma c'è del buono") è un'aggiunta insipida al film, utile solo al sontuoso elenco degli interpreti, così come un Dafoe depotenziato da un ruolo frustrante (Zoe Saldana quasi non esiste se non come donna perduta per colpa della sorte avversa). Il solo comprimario cui resta un po' di carisma è Woody Harrelson, reso però cliché della brutalità senza sfumature e senza perché. Cooper riesce a costruire alcune scene di buona suspense e di dignitoso dramma, ma restano momenti isolati. La reazione misurata di Russel/Bale alla conferma della morte del fratello si dimentica in fretta davanti a clamorosi tonfi come la lettera di buoni propositi del fratello scritta proprio prima di morire, quasi un "d'ora in poi farò il bravo". Anche il parallelismo con la caccia al cervo durante l'incontro finale, insistito in modo esasperante ma vuoto di contenuto, rimane solo un modo per richiamare Il cacciatore. Niente a che fare con l'equilibrio e l'efficace ritratto umano offerto dal regista nel suo precedente Crazy heart. In tono Release dei Pearl Jam.

Come si presagiva nell’esordio Crazy Heart, Scott Cooper ha talento nel tessuto connettivo filmico in cui inserire, ex-attore, prove recitative superbe: non siamo dinanzi ad un one-man-show come il citato film con Jeff Bridges e, fra pari eccellenti, fa la parte da leone il villain di Woody Harrelson. Cooper è anche uno dei pochi registi statunitensi a ritrarre un’America “vera/altra”, non hollywoodiana o cittadina ma di provincia sottoproletaria. Nella sceneggiatura scritta con Brad Inglesby, è insito un forte sottotesto politico: un uomo probo, che a testa china lavora per vivere e vive in modo giusto, perde tutto, lavoro (crisi economica), fidanzata, familiari, libertà (in carcere). Ancora, però, il regista soccombe al vezzo (non) autorale di circondare di ellissi i punti di svolta del racconto, disattendendo (senza valore aggiunto) le aspettative dello spettatore e sospendendo l’incanto del pathos drammatico: quando Russell/Christian Bale finisce in galera, ad esempio, non è chiaro per quale motivo. Anche quando la fidanzata lo lascia o quando il personaggio di Harrelson “li” (no spoiler) uccide. Poco verosimile, perché poco motivato, anche il passaggio in cui quest’ultimo crede a Russell ed esce allo scoperto nel finale. Attori ed atmosfera funzionano comunque ma, ancora, il racconto di Cooper è tanto raffinato quanto scontato nel suo sviluppo, come si fosse dinanzi a un qualsiasi film di vendetta alla Luc Besson o alla Mark Wahlberg (viene in mente Four Brothers), esposto in maniera elegante e ponderosa, con promessa di chissà quali allegorie.

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