Drammatico, Recensione, Sala

IL FILO DEL RICATTO

Titolo OriginaleDead Man's Wire
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2025
Durata104'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

La mattina dell’8 febbraio 1977 Anthony G. “Tony” Kiritsis  entra nell’ufficio di M. L. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, e prende in ostaggio il figlio Richard. Tony gli punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità, collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Le richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e soprattutto scuse personali.

RECENSIONI

A Gus Van Sant va imputata, anzitutto, quella cosa che un tempo chiamavamo “cifra”. Il suo è un cinema riconoscibile, in termini registici, fotografici, drammaturgici. Un cinema al contempo autoriale e, anche, confortevole. Una giustapposizione, si potrebbe dire, oggi comune, ma in realtà difficile da reperire a questo grado di “purezza”, senza che una delle due parti gravi troppo sull’altra. Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire non fa eccezione, situandosi nella continuità lunga di un progetto cinematografico eclettico nei temi ma in cui scorge un preciso fil rouge.
Anche questa volta, infatti, il centro non è tanto il caso di cronaca – la folle operazione di sequestro di un rampollo di un impero assicurativo per mano dell’istrionico Anthony G. Kiritsis – quanto la complessità dei sentimenti umani che attorno all’evento gravitano, disordinatamente, ma con quell’armonia artefatta che Van Sant non si limita a rintracciare, quanto piuttosto crea. Valeva per Elephant (per chi scrive summa mai bissata del regista), così come per i vari Milk, Paranoid Park, Scoprendo Forrester e tutto il resto. Compresi quei film più “piccolini”, e che pure costituiscono autentiche manifestazioni di lucidità filmica, quali L’amore che resta o Promised Land.
Il cinema di Van Sant, dunque, non è quello per cui ci sono alti e bassi, colpi riusciti e ciambelle uscite senza buco. È piuttosto questione di scegliere, soggettivamente, i propri preferiti. E, possiamo scommetterci, Il filo del ricatto statisticamente rientrerà fra le prime posizioni di molti. Si tratta infatti di un film ritmato in maniera intelligente, specie nella sadica produzione di una serie di castrati colpi di scena disseminati a ogni piè sospinto; montato magistralmente, con un uso sapiente del found footage e ironico dei tagli; sceneggiato ottimamente, in un rimbalzo efficace fra dialoghi ficcanti e vuoti meditativi; recitato divinamente, anzitutto da un Bill Skarsgård in formissima, ancora da un Dacre Montgomery ben calato, e infine da un Al Pacino in versione padre-monstre che è un precipitato shakespeariano di malvagità, incapsulata in due o tre scene ma potentissima. Insomma, ogni avverbio al posto giusto.

Ma, come anticipavamo, l’eccellenza non è tanto nell’esibizione plastica di una serie di stratificate bravure, quanto la loro mutuale messa a servizio di un’idea di fondo. La poetica gusvansantiana, quella che a un occhio disattento e malizioso potrebbe apparire come una tendenziale impostazione retorica, da “buoni sentimenti” al prezzo di un biglietto del cinema, e che invece è il tentativo programmatico di sondare il nucleo della soggettività umana, attraverso l’esplorazione di storie singolari, che più di altre si rivelano cartine tornasole della complessità delle persone. In questo senso Van Sant non racconta mai davvero un fatto: mette in scena una coscienza che tenta, goffamente e disperatamente, di darsi forma. Anche quando, come nel caso del Filo del ricatto, il risultato mostra una irresolutezza di fondo, una conferma dell’indecibilità di certe ambiguità morali. Proprio questo è il punto, che l’unità irriducibile del nostro io non può essere mai del tutto vista, essendo un Ausdruckslos, ma può essere lambita con la macchina cinematografica, capace di posare il suo occhio più intimo oltre la pornografia delle cose. Che si tratti di una orrenda sparatoria in un liceo, o di un vendicativo sequestro di persona.
Un po’ revenge, un po’ heist movie, Il filo del ricatto si smarca come sempre dalle facili etichette di genere, ammiccando a Re per una notte (fra i migliori di Scorsese in assoluto), con note in stile Quel pomeriggio di un giorno da cani (fra i più ricordati di Lumet), e un pizzico di Un giorno di ordinaria follia (ok, Joel Schumacher, forse meno dei precedenti, ma comunque avercene). Il filo del ricatto, come il suo Anthony “Tony” Kiritsis, spara in aria per sospendere il tempo e costringerci a guardare ciò che usualmente scegliamo di ignorare. Il fatto che siamo animali più complicati di come spesso anche il cinema ci dipinge. E Gus Van Sant, con apparente nonchalance, fa centro ancora una volta.

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