TRAMA
Mentre si avvicina alla pensione, Miranda Priestly compete per gli introiti pubblicitari con Emily Charlton, la sua ex assistente diventata dirigente rivale, in un periodo di declino della carta stampata.
RECENSIONI
Non so se l’aggettivo hollywoodiano abbia ancora un senso preciso (ed eventualmente, quale) ma Il Diavolo Veste Prada era un film hollywoodiano piuttosto esemplare: cast stellare, con buona diversificazione (dalla stella di prima grandezza all’astro nascente), contesto leggero e rassicurante con accenni di profondità, un parco contenuti pronto per rubriche Costume & Società, una struttura complessiva pensata per coccolare lo spettatore con regia invisibile e rassicurante prevedibilità e un diabolico, o quantomeno non banale, (neanche tanto) ambiguo cerchiobottismo: il (falso) brutto anatroccolo Andrea indossava un umile maglioncino ceruleo credendo di fare una scelta “contromodaiola” ma Miranda le dimostrava che la sua, in realtà, era una non-scelta d’accatto impostale da uno stilista qualche anno prima.
I due film, infatti, si presentano come satire sul mondo della moda (ma nel sequel non solo, come vedremo a breve), insieme vacuo e spietato, ma finiscono per glorificarlo: tutti, ma soprattutto tutte, ne subiscono il fascino (anche l’amica di Andy, gallerista intelligente, colta e alternativa, va pazza per le borse di lusso) e alla fine, è solo “lì” che si lavora davvero e si ottengono i risultati che contano. Tutto il resto, dai giornalisti impegnati, ai neo-arricchiti passando per facoltosi architetti/costruttori, sono presentati come ingenui e/o sognatori, destinati ad adeguarsi (o a soccombere) di fronte ai cinici, scafati e intelligenti squali ol’ fashion delle passerelle & dintorni.

Alla fine, abbiamo bisogno solo di cibo, acqua e dell’aria che respiriamo, quindi non starem(m)o a chiederci se “ci fosse bisogno” de Il Diavolo Veste Prada 2 a 20 anni di distanza dal primo capitolo. Almeno un paio di considerazioni, però, vanno fatte, e riguardano soprattutto il peso che questi 20 anni hanno sull’operazione. Meryl Streep (e in misura minore Stanley Tucci) rappresenta concettualmente la stessa cosa che rappresentava nel 2006: la grande attrice affermata, stimata e rispettata che con la sola sua presenza dà lustro al film e meta-interpreta la grande attrice che si presta a dare vita a una macchietta di lusso concedendosi sprazzi e spazi in cui smette i panni della macchietta e fa la grande attrice (più o meno). Infatti Miranda è sempre Miranda, mentre Anne Hathaway ed Emily Blunt non sono più le twenty-something del 2006, attrici già affermate (soprattutto la Hathaway) ma sempre emergenti, bensì professioniste consolidate e rispettate (con i loro personaggi che si allineano e non sono più la Andy e la Emily del primo film).
Come già anticipato, però, questi 20 anni hanno introdotto un nuovo tema-su-tema, ossia quello (della fine) dell’editoria: il film si apre con il licenziamento in tronco (via mail) dell’intera redazione di una rivista – e annesso discorso edificante di Andrea sull’importanza del giornalismo “serio” – e ri-assunzione della stessa Andrea nella redazione di Runaway per risollevarne le sorti dopo uno scandalo sweatshop. Corollario: Runaway era comunque già in crisi perché incapace di adeguarsi all’era del digitale. Come viene affrontata questa nuova tematica? Da un lato, c’è da dire, senza retorica o sentimentalismi di retroguardia ma, dall’altro, con un cinismo neo-turbo-capitalista che potrebbe finanche spaventare un po’. Solo per fare un esempio: Andrea, come di diceva, nei primi minuti del film viene improvvisamente licenziata, poi assunta perché (ultra)raccomandata causando, a sua volta, l’improvviso e ingiustificato licenziamento della persona della quale prenderà il posto. Homo homini lupus (ridens). Il tutto, ovviamente, presentato con leggerezza, il sorriso sulle labbra e l’automatica complicità del pubblico.
Ultima considerazione, il film stesso si inserisce con non-si-capisce-quanta consapevolezza nel medesimo meccanismo che illustra: Runaway in questi 20 anni ha perso rilevanza e sopravvive solo grazie alle inserzioni pubblicitarie, intervallate da articoli che non legge nessuno. Ebbene: Il Diavolo Veste Prada 2, sequel uscito tecnicamente fuori tempo massimo, non è anch’esso un enorme contenitore pubblicitario, pervaso com’è da un product placement onnipresente e, in un certo senso, totalizzante perché consustanziale al film, che senza “pubblicità” non esisterebbe? Film che diventa, quindi, una fedele e stratificata istantanea dello stato delle cose e insieme una resa incondizionata, talmente serena da risultare compiaciuta: That’s capitalism, baby (and I feel fine).

