TRAMA
Napoli del Trecento: un ricco giovinetto è raggirato e derubato da una donna che si era spacciata per sua sorella. Un criminale incallito mente anche in punto di morte e viene santificato.
RECENSIONI
Pier Paolo Pasolini rilegge nove novelle del Boccaccio e le attraversa in modo non lineare incorniciandole fra due racconti portanti: quello di Ser Ciappelletto, alias Franco Citti, e quello, assente nel Decameron, dell’allievo di Giotto, interpretato da Pasolini stesso (i dipinti della scuola giottesca sono il modello figurativo del film). Sposta tutte le novelle, anche quelle ambientate a Firenze, in una Napoli dialettale più consona alla sua umanità “proletaria” e truffaldina (Boccaccio è borghesia). L’autore è alla ricerca di uno spirito che inneggi alla vitalità popolana senza coscienza politica: per farlo deve fuggire nel passato, in polemica con una contemporaneità consumistica e una morale repressiva che ama sempre meno. Quella contemporaneità che, d’altro canto, ha colto nella sua opera solo la “pornografia” da sequestrare (lo dimostra l’enorme successo di pubblico, che ha dato origine a un becero filone cinematografico chiamato ‘decamerotico’) con la quale Pasolini inneggia alla libertà dai tabù sessuali con una licenziosità mai vista nel cinema italiano: la voluta naïveté di questo suo (nuovo modo di fare) cinema regala, da un lato, momenti di “verità” rivoluzionari, dall’altro impaccia a tratti la (comunque evidente) finzione. Stesso discorso vale per l’utilizzo di attori non professionisti. Brani sapidi o divertenti affiancano cedimenti a vario titolo. Primo capitolo della Trilogia della Vita, di cui l’episodio migliore resta Il Fiore delle Mille e una Notte. Più che censurato nei passaggi televisivi.

