TRAMA
In un piccolo paese toscano, la vita scorre sempre uguale a se stessa, finché non arrivano cinque ballerine spagnole di flamenco e Levante, compito ragioniere, impazzisce per una di esse.
RECENSIONI
Esplode, al cinema, il fenomeno Leonardo Pieraccioni: qui in modo meritato, a differenza di prove successive che saranno delle copie carbone. Il comico toscano, alla seconda regia dopo I Laureati, firma una commedia divertente con personaggi simpatici, soprattutto il meccanico sboccato di Paolo Hendel e il pittore folle (tutti i suoi dipinti hanno la scritta: “Dio c’è”) di Massimo Ceccherini. I caratteristi esibiscono il loro mestiere in un quadretto di provincia idilliaco e bozzettistico, dove il torpore è scosso dall'arrivo della Sensualità in persona, distribuita in cinque ballerine di flamenco. Pieraccioni ritaglia per sé un tipo forzatamente amabile, timido e ideale principe azzurro, ma la commedia si fonda sulle macchiette e funziona bene finché, nell’ultima mezz’ora, non imbocca il percorso risaputo della favola sentimentale, intrisa di carineria e sviluppi tediosi. Peccato. Le figure femminili hanno poco di femminile, sono una proiezione del desiderio maschile (anche nella componente lesbica). Uno spasso la scena con la piazzata della pseudo-fidanzata di Levante/Pieraccioni al ristorante. La voce di Gino appartiene a Mario Monicelli, primo grande regista della commedia all’italiana di matrice toscana.

