
TRAMA
Sicilia, primi anni Duemila. Dopo alcuni anni in prigione per mafia, Catello, politico di lungo corso, ha perso tutto. Quando i Servizi segreti italiani gli chiedono aiuto per catturare il suo figlioccio Matteo, ultimo grande latitante di mafia in circolazione, Catello coglie l’occasione per rimettersi in gioco. Uomo furbo dalle cento maschere, instancabile illusionista che trasforma verità in menzogna e menzogna in verità, Catello dà vita a un unico quanto improbabile scambio epistolare con il latitante, del cui vuoto emotivo cerca di approfittare. Un azzardo che con uno dei criminali più ricercati al mondo comporta un certo rischio…
RECENSIONI
Iddu – L'ultimo padrino è un film che mette in scena non tanto la mafia, quanto la fine della sua rappresentazione. I registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (al terzo lungometraggio codiretto dopo Salvo, 2013, e Sicilian Ghost Story, 2017) inseguono una narrazione che disarma, perché non aspira né al realismo né all'epica criminale: Iddu è piuttosto un rituale di decostruzione, un'esplorazione formale di ciò che resta del potere quando è privato della sua forza attiva, quando è ridotto a icona... in decomposizione. La pellicola ruota attorno al rapporto epistolare – tutto pizzini, lettere, allusioni – tra due figure speculari, il boss latitante Matteo (fortemente ispirato, ma non esplicitamente identificato come Messina Denaro) e l'ex politico corrotto Catello Palumbo, incaricato dai Servizi Segreti di “tradire” il proprio figlioccio in cambio della libertà. In questa dinamica padre-figlio rovesciata si gioca il cuore teorico dell'opera: l'autorità si perpetua attraverso la parola, il non detto, l'ambiguità. E, in effetti, il film è tutto giocato sul linguaggio. Ogni scambio, ogni gesto comunicativo, ha un valore performativo: non spiega, ma costruisce una realtà. Il boss non agisce, semmai amministra; non comanda, ma controlla da lontano. Il suo dominio è fatto di silenzi e sospetti. E questa rarefazione si riflette nella forma, con inquadrature statiche, simmetrie ossessive, sequenze che si dilatano contribuendo a costruire un senso di sospensione. È come se i personaggi fossero imprigionati in un tempo senza storia, e in questo Iddu richiama in qualche modo il “cinema della morte” di cui parlava Pasolini: i corpi sono congelati, le azioni ridotte al minimo, il tempo deformato.
La malavita qui non è raccontata per quello che fa ma per quello che rappresenta, ovvero un'egemonia arcaica e sacrale, sopravvissuta alla propria epoca e ancora in grado di agire come fantasma. La figura del boss, spogliata di ogni carisma, si trasforma in un relitto: non più eroe negativo ma reliquia, rovina vivente di un'era in disfacimento. Il suo corpo – isolato, malato, murato – diventa metafora del potere che si difende, ma che ormai non genera più futuro, solo ripetizione. Il controcampo di questa rovina è il personaggio di Catello/Servillo, che del dominio conosce il lato farsesco. Lui è il buffone del re, l'azzeccagarbugli che ha imparato a stare a galla, il guitto che trasforma verità in menzogna e menzogna in verità. Per Catello tutto è teatro puro, rappresentazione grottesca e sbilenca. In questo senso, Iddu è un film sì politico, ma in modo obliquo. Non denuncia, ma mostra. Non condanna, ma espone. E in questa esposizione rivela ciò che oggi resta del dominio mafioso: il vuoto. Un'assenza che si conserva attraverso riti privi di senso, gerarchie fossilizzate, illusione del controllo. Se c'è un limite nel film, è forse proprio in questa coerenza, che talvolta minaccia di inaridire la tensione drammatica e impoverire il significato ultimo dell'operazione. Proviamo ad interpretarlo come un rischio consapevole e non come un appiattimento: Iddu non vuole emozionare, vuole spiazzare. E lo fa invitandoci a guardare il potere nella sua nudità postuma, nella sua spettacolare autoreferenzialità. In Iddu non ci si interroga solo sulla mafia, ma sull'intero immaginario politico di un Paese che fatica a riconoscere la fine delle proprie illusioni.
