TRAMA
1988. Bobby Grusinski gestisce locali, a stretto contatto con la malavita organizzata russa. Suo padre e suo fratello, pezzi grossi della polizia, indagano su uno dei clienti di Bobby. Scorrerà il sangue.
RECENSIONI
L’asfissia del contesto descritta da James Gray nello splendido I padroni della notte non dà adito a dubbi: ai personaggi, determinati dalla nascita, non è concesso libero arbitrio. Non hanno a disposizione che il simulacro della scelta, il fantasma illusorio dell’autodeterminazione. Per loro dirazzare è impossibile, il contesto torna a batter cassa ed esige il suo credito in modo tanto più prepotente quanto più scriteriato è il loro tentativo di evaderlo. Che fine fanno gli uomini sotto questa cappa opprimente? Che cosa rimane della loro autonomia? Frammenti. Schegge. Particelle, anzi particolari. Ed è questo il cinema squadernato da We Own the Night: un cinema di particolari che resistono alla pressione contestuale. Sono dettagli intrisi di paura, l’unico straccio di sentimento lasciato all’individuo. Paura di essere colpiti, smascherati, eliminati. È sorprendente notare come il linguaggio cinetico di questo film sia lontano dalla grammatica dinamica di qualsiasi altro cinema: anziché sacrificare le reazioni dei personaggi alla logica dell’azione, Gray mortifica la scorrevolezza del fraseggio all’imponenza delle espressioni dei volti. Imponenza come grandezza e come oggetto che si impone. Esemplare la sequenza automobilistica della sparatoria: una manciata di inquadrature all’esterno della macchina e poi via dentro l’abitacolo, appiccicati al volto terrorizzato di Bobby (un Joaquin Phoenix gloriosamente imbalsamato). Lezione di antieconomia cinematografica: togliere peso all’azione spettacolare, concentrare il dramma nelle reazioni facciali del protagonista. Nessun altro regista (nella Hollywood di ieri e oggi) avrebbe il coraggio di deprivare cineticamente il suo film. Gray sì. Sommo rispetto.

Frustrante scrivere di un film come We own the night, ché scevro da post-modernismi o cerebralismi di sorta, libero da evidenti forzature di linguaggio, casto di fronte all’eccitamento interpretativo, lascia unicamente spazio a derive descrittive difficilmente in grado di rendere giustizia al testo. Nel ricorso al genere Gray trova il pretesto per sondare affetti e relazioni: lungi dal rielaborare con cerebrale distacco i canoni vi aderisce con cieca fiducia, considerando le ombre del noir via preferenziale nell’indagine dell’abisso dei personaggi. Così ne I padroni della notte quanto nelle opere precedenti: personaggi stratificati, scissi nel profondo tra la volontà di autodeterminazione e l’inesorabile condizionamento ambientale- il caso ad aleggiare, terzo incomodo predominante-, si dividono tra etica personale e necessità degli affetti, posti dal palesarsi del conflitto narrativo di fronte a scelte inevitabili. Indissolubilità delle radici e scontro tra predeterminazione e libero arbitrio si sedimentano sulla cinematografica virilità di pistole e distintivi, esplodendo di fronte al conflitto, non all’interno di esso, ché i dilanianti moti interiori declassano l’importanza del nemico reale. Bobby Grusinski non può rigettare le sue origini, Bobby Green cessa di vivere: il prezzo per sopravvivere è rinunciare a se stessi. Non esistono vocaboli che definiscano la concomitanza paradossale e lancinante di vittoria e sconfitta, le parole scadono in un inadeguato pallore di fronte al costernante sguardo finale di Joaquin Phoenix (parente stretto del Tim Roth di Little Odessa e del Mark Wahlberg di The Yards): Gray raggiunge l’ambigua profondità tragica dei suoi personaggi con pudico ed empatico lirismo, esente da frastornanti volgarità estetiche, estraneo al ricatto emotivo. Sequenze da mandare a memoria, innata passione per la narrazione, viscerale affetto per i personaggi. Referenti cinematografici ormai lontani nel tempo, cinema che crede assolutamente, romanticamente, in sé stesso.

