Drammatico, Recensione

I FIGLI DELLA VIOLENZA

Titolo OriginaleLos olvidados
NazioneMessico
Anno Produzione1950
Durata85’

TRAMA

Periferia di Città del Messico: un ragazzo, fuggito dal Riformatorio, capeggia una banda di sbandati. Un amico, che lo segue nelle sue scorribande, resta sorpreso quando uccide chi lo denunciò, a suo tempo, alla Polizia.

RECENSIONI

Bunuel era capace anche di un realismo crudo e potente, non solo di giochi surreali e satire grottesche: lo dimostra questo che è il suo capolavoro messicano, costruito senza una punta di artificiosità o mistificazione. Ma non è solo un’opera realistica (o “neorealistica” come molti hanno pensato) sulla delinquenza giovanile partorita dal circolo vizioso di povertà, odio e mancanza d'affetto. È un film violentemente realistico (sino al barocco), tanto in odore di crudezze da trasfigurare la realtà (sopra, oltre il realismo c’è il surrealismo) per portare avanti un discorso più ampio, potente, turbante. La rabbia è doverosa. Semmai Bunuel si serve, da entomologo, di un occhio “documentaristico” (sbeffeggiato dalla nota sequenza dell’uovo scagliato contro la macchina da presa o da quella del sogno del bambino in cui la madre gli porge la carne cruda) per far sì che le riflessioni sociologiche, umane, critiche, scaturiscano naturalmente, senza sottolineature faziose, dal dramma che visioniamo. Un’opera-chiave anche per il cinema del sottosviluppo, per “l’estetica della fame” (vedi Glauber Rocha).

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