Drammatico, Recensione, Sala

I FIGLI DELLA SCIMMIA

TRAMA

Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, e ha un bellissimo rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l’equilibrio interiore di Dario e travolgere l’intera famiglia.

RECENSIONI

Il titolo del film viene da una delle fiabe meno conosciute di Esopo, in cui una scimmia con due cuccioli concentra le sue cure e il suo affetto solo su quello che dei due ama di più, trascurando l'altro: una piccola parabola animale che ben riassume la schiettezza con cui Tommaso Landucci, esordiente nel lungometraggio di finzione dopo il documentario The Caveman, smonta delicatamente un grande tabù: l'egoismo dei padri, la genitorialità come costruzione identitaria in cui la prole diviene un progetto ideale, un'occasione di rispecchiamento, una proiezione del sé. Sarebbe stato facile per una storia sulla carta così drammatica sfociare nel bieco realismo mimetico o, al contrario, nella pornografia del dolore. Un eccesso di sguardo, oppure l'errore opposto: una sottrazione, l'edulcorazione degli spigoli del reale. Parlare di disabilità - specie quando si esce dal seminato di quelle più “rappresentabili” e “cinematografiche” - significa spesso rischiare un voyeurismo eccessivo o, all'opposto, un'insapore distanza. Invece Landucci - studente di Daniele Luchetti, poi aiuto regia di Claudio Giovannesi e di Luca Guadagnino, grazie al quale conosce James Ivory, qui produttore esecutivo - evita con misura entrambi i baratri, grazie al nitore narrativo con cui rimane ancorato al nucleo del suo protagonista Dario. Padre di Enrico, bambino affetto da paralisi cerebrale infantile, l'uomo stringe un legame sempre più stretto con il nipote, figlio del fratello. Nel lavoro sul punto di vista del protagonista - il miglior Riccardo Scamarcio, in perenne, nervosa sottrazione - sta la forza della sceneggiatura di Landucci e Damiano Femfert che, scena dopo scena, costruisce il ritratto di un uomo tradito dal passato e dalle aspettative: nucleo in fondo tragico, ma mai sbraitato. Nel modo sottile che ha di evocare un dolore sotterraneo che cresce nel quotidiano, Landucci sembra approcciarsi alla finzione con gli stessi codici pazienti e osservativi della sua esperienza documentaria: un rigore osservativo che dota le immagini in pellicola di una cupezza plumbea ma al contempo materica, calda. Il racconto dei rituali del caregiving riesce a essere al contempo realista e poetico, onesto ed espressivo insieme. La rappresentazione della disabilità evita efficacemente qualsiasi accenno retorico o pietista, scegliendo anzi di dissacrarla. Anche per questo I figli della scimmia sorprende perché, fortemente ancorato a nuclei tematici evidenti - la disabilità, la paternità - finisce per raccontare, con devozione, semplicemente - e mai banalmente - un uomo e le sue contraddizioni. Disadorno nello stile, profondo nel contenuto, nasconde il passato di una famiglia nei dialoghi scheletrici ed essenziali tra i due fratelli interpretati dalla coppia inedita Scamarcio-Russo Alesi, così diversi da sembrare davvero fratelli: da una parte il minore un tempo belloccio e spensierato, dall'altra il maggiore burbero e autorevole, che nelle loro simmetrie familiari nascondono tutto il potenziale affettivo e intimista del film, il peso emotivo del tempo passato. Premiato con la miglior sceneggiatura (già vincitrice del Premio Solinas 2021) e con il premio per il miglior attore nella sezione Orizzonti del 2026, il film dimostra come dalla severa nudità di forme prive di orpelli e ammiccamenti possa nascere un racconto dolce, che esplode proprio quando finisce. Only You, la cover degli Yazoo eseguita a cappella dai The Flying Pickets, accompagna i titoli di coda dopo quasi due ore senza alcun commento musicale e sottolinea in modo quasi letterale il modo devoto di guardare a un solo soggetto, l'ancorarsi a una prospettiva forte proprio perché soggettiva: quella di un padre, in un film in cui tutti, alla fine, sono sempre e comunque figli, condannati a tornare nelle loro camerette adolescenziali. Commosso ma mai retorico, il film sta tutto in quel docile, concentrico finale, così circolarmente conclusivo da sembrare una fiaba antica. L'ultima sequenza parla proprio di uno sguardo ritrovato - Only You, appunto - in cui sta tutto il senso formale di un film umanista che non smette di pedinare il suo soggetto.

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