Drammatico, Recensione, Western

HUD, IL SELVAGGIO

Titolo OriginaleHud
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1963
Durata112’

TRAMA

Hud Bannon è in perenne conflitto con il padre Homer perché hanno principi diversi: quando, nel loro ranch, una mucca muore senza apparente motivo, Hud suggerisce di vendere le altre prima che il Governo le abbatta per epidemia. Homer, invece, vuole fare le cose correttamente.

RECENSIONI

Presentato in anteprima al Festival di Venezia, acclamato da pubblico e critica, è una delle otto collaborazioni fra Martin Ritt e i coniugi sceneggiatori Irving Ravetch e Harriet Frank Jr. (fra cui La Lunga Estate Calda, sempre con Paul Newman) e la prima produzione della neonata Salem Productions, fondata dal regista con la star protagonista per assicurarsi un’indipendenza autorale che, ad esempio, impedì alla Paramount Pictures (che co-produceva e distribuiva) di modificare il finale. Ritt chiese agli sceneggiatori di ampliare, rispetto alla fonte (il romanzo “Horseman, pass by” di Larry McMurtry, 1961), il personaggio di Hud: nelle sue intenzioni, doveva diventare il simbolo del capitalismo selvaggio e, a questo fine, non volle scene dove il personaggio si redimeva o provava rimorsi (cosa abbastanza inusuale nel panorama hollywoodiano del periodo, dove il “bad guy”, infine, soprattutto se con ruolo principale, doveva fare ammenda o pagare in qualche modo) ma essere coerentemente irresponsabile, arrogante, egoista e opportunista. Anche un antieroe di fascino: tema principale dell’opera, infatti, è la scelta da operare per il personaggio interpretato da Brandon DeWilde (nipote del patriarca, vero protagonista delle pagine del libro) fra due modelli comportamentali, uno deleterio (Hud), l’altro probo (Homer, uomo di principi). Ma, al di là delle sue intenzioni, il pubblico non percepì Hud come figura negativa perché i tempi stavano per cambiare, la controcultura era alle porte e la ribellione al Sistema (e ai padri) era un valore a prescindere dalle azioni commesse. E, forse, non aveva fatto i conti con il grande carisma di Paul Newman, ingiustamente dimenticato dai premi Oscar (che andarono, oltre che alla fotografia di James Wong Howe, alle interpretazioni di Melvyn Douglas e Patricia Neal). Fra i primi anti-western (che la critica Pauline Kael definì anche “anti-americano”) con una regia, per l’epoca, molto realistica.

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