TRAMA
Jeff Talley, abile negoziatore di ostaggi in servizio presso la polizia di Los Angeles, si ritira nella tranquilla Bristo Camino dopo che un suo “fallimento professionale” ha causato la morte di una madre e del suo bambino. Succede però che tre balordi si intrufolino nella casa sbagliata…
RECENSIONI
Dopo Nido di vespe, action-thriller francese dimenticabile ma con qualche guizzo, Florent Emilio Siri sbarca a Hollywood con un bel po' di soldi (gentilmente offerti dalla Miramax) e con un Bruce Willis da rilanciare. Se la cava benone. Hostage è un film nel complesso riuscito, che serve al meglio uno script pieno di banalità ma anche abile a non perdere per strada la tensione con sottotrame e side quests 'forzate' ma efficaci. Certo il film paga forti debiti, ma Siri è abbastanza onesto da citare le fonti. Il primo riferimento, ovvio, è alla Die Hard saga. Il Jeff Talley interpretato da Willis è chiaramente un John McClane invecchiato e (ancor più) disilluso, tra le cui mani è capitata per caso una complicata matassa della quale dovrà trovare il bandolo. Il secondo riferimento, enunciato a gran voce fin dal primo frame dei titoli di testa, è Panic Room: quelle scritte digitali incastonate tra i palazzi parlano chiaro e costituiscono il preludio visivo a un nucleo narrativo principale che ricalca, nella sostanza e nelle atmosfere, quello del film di Fincher (la casa-bunker e le tensioni che esplodono tra i rapitori, solo per citare gli aspetti più macroscopici). I riferimenti 'terzi' sono molteplici e in gran parte ascrivibili ai codici del Genere, ma meritano forse una menzione le parentesi Mamma ho perso l'aereo in versione dark, che tutto sommato non stonano. Peccato solo per alcuni snodi tramici che palesano troppo la propria artificiosità e la propria funzione (si veda il personaggio di Mars, al quale si vuole affibbiare un alone misterioso/malefico solo per allungare il brodo della suspense) e per un finale dalle dinamiche poco chiare e ancor meno plausibili. Florent Siri sfoggia un insospettabile senso del ritmo e molta sobrietà: dopo un primo travelling digitale (molto Fincher, in effetti), la regia si assesta su parametri 'movimentati' ma senza strafare e la scolastica fotografia del nostro Giovanni Fiore (Tre uomini e una gamba, Così è la vita, lo stesso Nido di vespe) svolge bene il suo compito.
Appendice videoludica: Florent Emilio Siri è attivo anche come Director di videogiochi (nel film viene citato il mitico Xenon), sua è infatti 'la regia' di Tom Clancy's Splinter Cell: Pandora Tomorrow. Il gioco è il sequel di quello Splinter Cell che rappresentò la risposta francese (Ubi Soft) allo strapotere monopolistico giapponese (Konami) nel campo degli Stealth Game. Volendo traslare al cinema il paragone tra epigoni si potrebbe azzardare che, come Splinter Cell è la versione seria e realistica del capostipite Konami Metal Gear Solid, così Hostage è Die Hard privato delle sue componenti ironiche e giocose. Ne darebbe conferma il Bruce Willis del film di Siri: fa Bruce Willis ma rinuncia all'auto-meta-ironia che già caratterizzava il d'uro a morire' John McClane e che a maggior ragione ci saremmo aspettati di ritrovare in un film che attinge a piene mani a quell'immaginario willisiano.

Passando a Hollywood, di cui corteggiava gli stilemi nelle opere precedenti, il francese Florent Emilio Siri si riscatta dopo il deludente Nido di Vespe in cui, soprattutto, non funzionava l’ironia, qui (per lo più) assente. Un’opera dura e intricata nelle trame della sceneggiatura di Doug Richardson (Die Hard 2), tratta da un romanzo di Robert Crais. Bruce Willis co-produce, ma il regista ha avuto la libertà di circondarsi dei suoi collaboratori usuali e di impostare il racconto come ama, seguendo più fronti contemporaneamente, da far poi convergere in un’iperbole di violenza tutti-contro-tutti, nel segno delle coincidenze e di tanta inventiva nel montaggio, nei punti di inquadratura, nei tempi di ripresa. Funziona il set del rapimento, questa villa ipertecnologica a mo’ di fortino con paratie automatiche dal suadente design architettonico. Funzionano gli antagonisti, in particolar modo il tipo tenebroso e spietato di Ben Foster che, in un crescendo, si rivelerà un personaggio strepitoso perché anche colmo di dolore. Funziona la traccia in sordina che critica il benessere poco consapevole della realtà che lo circonda (la ricca famiglia è presa in ostaggio per distrazione) e che resta vittima delle proprie misure di sicurezza, installate più per capriccio che altro. “Ricchi del cazzo”, del resto, lo dicono sia i tre da Arancia Meccanica sia l’eroe protagonista. Più dovuta che necessaria, invece, la trama in cui Jeff Talley è costretto a fare il negoziatore per superare il trauma del passato, per quanto sia apprezzabile che Siri gli cucia addosso chiaroscuri poco eroici. Opera ingiustamente poco notata e potente sin dai titoli di testa in bianco e nero con cieli rossi tridimensionali, che un carrello all’indietro lega al tragico e tesissimo prologo in campo lungo. Poi non si tira più il fiato e ne succedono di tutti i colori: ottimo racconto di genere, con qualche iperbole di troppo.

