Biografico, Drammatico, Recensione, Sala

HAMNET

Titolo OriginaleHamnet
NazioneU.K., U.S.A.
Anno Produzione2025
Durata125'
Tratto daNel nome del figlio. Hamnet di Maggie O'Farrell
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Nel Warwickshire del XVI secolo, Agnes, una giovane guaritrice dotata di intuito, sposa William un giovane precettore di latino, dal quale ha tre figli, tra cui i gemelli Judith e Hamnet…

RECENSIONI

Un bosco, un albero, una donna accovacciata in posizione fetale, quasi un prolungamento delle radici. È così che si apre Hamnet. La ripresa dall’alto svela un mondo sospeso e misterioso che Chloé Zhao, al suo quinto film, trae dall’omonimo libro di Maggie O’Farrell (co-autrice della sceneggiatura). Le chiare influenze malickiane e il tono contemplativo e meditabondo stabiliscono da subito le coordinate spaziali, geografiche, sensoriali. Sicché Hamnet, che rifugge le regole del biopic classico, è soprattutto un film sulla morte, la natura incantatrice e sul potere trasformativo e catartico della rappresentazione artistica.
Stratford (Inghilterra), prima metà del XVI secolo: Agnes (Jessie Buckley) è una donna forte, indipendente, un po’ strega. Conosce il potere curativo delle piante e riesce a leggere, taumaturgicamente, il futuro stringendo la mano. L’incontro e l’innamoramento con il giovane William Shakespeare (Paul Mescal), tutore della contea costretto a pagare i debiti della famiglia, scrive la genesi di una favola agreste e liliale. Dal loro matrimonio nascono tre figli: la primogenita Susanna e i due gemelli, Judith e Hamnet. Ma la peste incombe e la gente muore. Judith si ammala per prima e, in fin di vita, miracolosamente riesce a salvarsi. Il piccolo Hamnet, invece, non ce la fa. Spira tra l’incredulità e lo shock di Agnes (il passaggio fisico di Hamnet, sospeso in un non-luogo tra l’al di qua e l’aldilà, ormai agonizzante e in viaggio verso la morte, è forse il momento più riuscito del film per tensione drammatica e costruzione dell’immagine).
Agnes sprofonda nella nerezza più acuta e nella disperazione più sorda (impressionante la forza espressiva e la smorfia di dolore che investe ogni fibra del corpo e del volto di Jessie Buckley); William fa la spola tra Stratford e Londra, dove si dedica alla scrittura delle sue opere teatrali. Cos’è, dunque, Hamnet? Una storia d’amore, un rapporto filiale, l’elaborazione del lutto, il rapporto viscerale tra arte e vita. Zhao sceglie di concentrarsi soprattutto su Agnes. È lei il motore e il baricentro del film. Ogni anfratto della sua psiche viene indagato e scoperchiato, e Jessie Buckley offre un’interpretazione potente e magnetica.
La morte di Hamnet segna la fine del sogno e della gioia di vivere. I rapporti si sgretolano, l’idillio si spezza. Ciononostante, la messa in scena si rivela fin troppo estatica, solenne, estetizzante. E quindi, in buona parte, Hamnet appare fasullo, lezioso, inautentico. Manca il pathos, la visceralità, la deflagrazione e la verità del dolore. La freddezza e il ritmo esangue della narrazione snervano e riducono la pressione emotiva. Il lutto è ben impaginato, ma manca il respiro, la potenza dei sentimenti; anche la catarsi finale resta incastrata dentro un estetismo abbagliante che non si traduce in esperienza né in viaggio fisico e struggente verso la luce.
C’è uno scollamento tra la forza espressiva della tragedia e la distanza con cui gli elementi che la costituiscono penetrano e incidono. Chloé Zhao opta, dilatando la narrazione, per un formalismo austero e ingessato e un rigore che appesantisce e ingolfa l’aspetto emozionale. Hamnet non è affatto un film brutto (il bello e il brutto sono categorie soggettive, variabili, mutabili per natura), e tuttavia fallisce per un eccesso di pudore che disperde e depaupera l’intensità. Le immagini sono gentili e curate, ma restano in superficie; si accontentano di mostrarsi e non prendono mai vita.

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