TRAMA
Nel Warwickshire del XVI secolo, Agnes, una giovane guaritrice dotata di intuito, sposa William un giovane precettore di latino, dal quale ha tre figli, tra cui i gemelli Judith e Hamnet…
RECENSIONI
Un bosco, un albero, una donna accovacciata in posizione fetale, quasi un prolungamento delle radici. È così che si apre Hamnet. La ripresa dall’alto svela un mondo sospeso e misterioso che Chloé Zhao, al suo quinto film, trae dall’omonimo libro di Maggie O’Farrell (co-autrice della sceneggiatura). Le chiare influenze malickiane e il tono contemplativo e meditabondo stabiliscono da subito le coordinate spaziali, geografiche, sensoriali. Sicché Hamnet, che rifugge le regole del biopic classico, è soprattutto un film sulla morte, la natura incantatrice e sul potere trasformativo e catartico della rappresentazione artistica.
Stratford (Inghilterra), prima metà del XVI secolo: Agnes (Jessie Buckley) è una donna forte, indipendente, un po’ strega. Conosce il potere curativo delle piante e riesce a leggere, taumaturgicamente, il futuro stringendo la mano. L’incontro e l’innamoramento con il giovane William Shakespeare (Paul Mescal), tutore della contea costretto a pagare i debiti della famiglia, scrive la genesi di una favola agreste e liliale. Dal loro matrimonio nascono tre figli: la primogenita Susanna e i due gemelli, Judith e Hamnet. Ma la peste incombe e la gente muore. Judith si ammala per prima e, in fin di vita, miracolosamente riesce a salvarsi. Il piccolo Hamnet, invece, non ce la fa. Spira tra l’incredulità e lo shock di Agnes (il passaggio fisico di Hamnet, sospeso in un non-luogo tra l’al di qua e l’aldilà, ormai agonizzante e in viaggio verso la morte, è forse il momento più riuscito del film per tensione drammatica e costruzione dell’immagine).
Agnes sprofonda nella nerezza più acuta e nella disperazione più sorda (impressionante la forza espressiva e la smorfia di dolore che investe ogni fibra del corpo e del volto di Jessie Buckley); William fa la spola tra Stratford e Londra, dove si dedica alla scrittura delle sue opere teatrali. Cos’è, dunque, Hamnet? Una storia d’amore, un rapporto filiale, l’elaborazione del lutto, il rapporto viscerale tra arte e vita. Zhao sceglie di concentrarsi soprattutto su Agnes. È lei il motore e il baricentro del film. Ogni anfratto della sua psiche viene indagato e scoperchiato, e Jessie Buckley offre un’interpretazione potente e magnetica.
La morte di Hamnet segna la fine del sogno e della gioia di vivere. I rapporti si sgretolano, l’idillio si spezza. Ciononostante, la messa in scena si rivela fin troppo estatica, solenne, estetizzante. E quindi, in buona parte, Hamnet appare fasullo, lezioso, inautentico. Manca il pathos, la visceralità, la deflagrazione e la verità del dolore. La freddezza e il ritmo esangue della narrazione snervano e riducono la pressione emotiva. Il lutto è ben impaginato, ma manca il respiro, la potenza dei sentimenti; anche la catarsi finale resta incastrata dentro un estetismo abbagliante che non si traduce in esperienza né in viaggio fisico e struggente verso la luce.
C’è uno scollamento tra la forza espressiva della tragedia e la distanza con cui gli elementi che la costituiscono penetrano e incidono. Chloé Zhao opta, dilatando la narrazione, per un formalismo austero e ingessato e un rigore che appesantisce e ingolfa l’aspetto emozionale. Hamnet non è affatto un film brutto (il bello e il brutto sono categorie soggettive, variabili, mutabili per natura), e tuttavia fallisce per un eccesso di pudore che disperde e depaupera l’intensità. Le immagini sono gentili e curate, ma restano in superficie; si accontentano di mostrarsi e non prendono mai vita.

