TRAMA
Un giovane giapponese, in cerca di compagnia maschile, si reca in un cinema semivuoto: sullo schermo un film di successo di 36 anni prima intitolato Dragon Inn. Entrando in sala, il giovane si imbatte anche in due spettatori che hanno le sembianze dei personaggi sullo schermo. Uno di loro, mentre guarda il film, piange. Sono persone reali o spiriti che non vogliono andarsene?
RECENSIONI

Ambientato all’interno di una sala cinematografica sul punto di chiudere, Goodbye, Dragon Inn è al tempo stesso una riflessione sul cinema come luogo fisico e una meditazione spettrale sulla fine di un mondo. Sullo schermo scorre Dragon Inn di King Hu, classico wuxia del 1967, mentre nella sala quasi deserta si aggirano figure solitarie: un giovane giapponese in cerca di incontri occasionali, una maschera zoppa incapace di avvicinarsi davvero al proiezionista, spettatori che sembrano fantasmi o reincarnazioni dei personaggi del film proiettato (due attori originali di Dragon Inn, chiamati a confrontarsi silenziosamente con la propria immagine passata). Le sequenze di Tsai, portate fino al limite della durata, più che raccontare, lasciano sedimentare il tempo dentro l’inquadratura, costringendo lo spettatore ad abitare gli spazi e i silenzi. È qui che nasce lo straniamento tipico del cinema del taiwanese, non da una provocazione gratuita, ma da una precisa ridefinizione del ritmo e dell’attenzione. E infatti la prima battuta arriva dopo circa quarantacinque minuti: «Lo sapevi che questo teatro è infestato dai fantasmi?», la sala cinematografica rappresentando uno spazio liminale, sospeso tra presenza e assenza, tra vita e dissoluzione, congelata in una staticità quasi sacrale che entra continuamente in contrasto con la vitalità del wuxia proiettato sullo schermo: da una parte gli eroi leggendari e i corpi in movimento di King Hu, dall’altra figure contemporanee incapaci persino di toccarsi davvero.
Ma Goodbye, Dragon Inn è soprattutto un film sul tramonto del cinema come esperienza collettiva: la sala è all’ultima proiezione, e Tsai osserva la sua agonia con uno sguardo insieme freddo ed elegiaco. Quando i due vecchi attori del film di King Hu nel finale si dicono malinconicamente «Nessuno si ricorda più di noi», il film parla del cinema come esperienza, della sua memoria e dei suoi fantasmi, l’abbassarsi della saracinesca assumendo il valore di un gesto terminale, quasi apocalittico. Un film magnifico, crepuscolare-ma-ironico, che, proprio nel momento in cui ne mette in scena la scomparsa, interroga il cinema nel presente, attraverso la persistenza delle immagini e dei corpi in un’esperienza ipnotica e profondamente sensoriale.

