GIRLS’ NIGHT OUT

Anno Produzione1998

TRAMA

Seoul, fine anni ‘90: le vicissitudini erotico-sentimentali di tre giovani donne con caratteri e aspirazioni differenti sullo sfondo di una città intrisa di discriminazione sessuale e maschilismo.

RECENSIONI

Pur non essendo il primo progetto ideato da Im Sang-soo (il suo secondo film e virtuale pellicola d’esordio, Tears, sarà realizzato proprio grazie al successo di questo lungometraggio), Girls’ Night Out rappresenta un capitolo di fondamentale importanza nello svecchiamento dei moduli stilistici del cinema coreano e nell’attacco frontale alle concezioni tradizionali in materia di sessualità femminile. La storia immaginata da Im è difatti il pretesto per esprimere un’incontenibile esigenza di rinnovamento culturale in una società dai rigidi precetti confuciani, norme dogmatiche che prescrivono alle donne una vita all’insegna dei tre modi dell’obbedienza (al padre prima, al marito poi e infine ai figli). Girls’ Night Out sceglie invece i modi della disobbedienza e dell’anticonformismo, mettendo liberamente in scena la routine metropolitana di tre amiche: la prima è un’intraprendente architetta che conduce una vita sessuale gaudente e disinibita, la seconda una ricercatrice universitaria che si dichiara vergine e resiste alle avance di un collega di laboratorio e la terza, infine, una cameriera vagamente inquieta che vorrebbe sposarsi e sistemarsi col suo compagno una volta per tutte. Cardine della narrazione è la sessualità, osservata in tutte le sue sfaccettature: dalla verbalizzazione particolareggiata delle pratiche e delle sensazioni esperite durante gli amplessi alle leggi assurdamente repressive vigenti in Corea (la donna più disinibita verrà addirittura incarcerata per adulterio); dall’intesa erotica che cementa la relazione (il sesso come linfa) al rapporto occasionale (il sesso come diversivo), quasi sempre passando attraverso la condivisione delle singole esperienze in cene o momenti intimi in cui le donne di scambiano confidenze. La posta in palio è deliberatamente alta e Im si preoccupa di adattare l’incandescenza della materia ad un contenitore narrativo capace di modellare le tensioni ideologiche, sicché articola un percorso di trasformazione più o meno marcata per ciascuna delle tre protagoniste. La prima, dopo aver inizialmente imperversato ed essere stata perciò segregata, realizza che la Corea le va stretta e manifesta il desiderio di trasferirsi in Francia, la seconda, vincendo la sua ostinata pruderie, inizia a relazionarsi consapevolmente con il proprio desiderio e la terza, infine, dopo essere passata attraverso una relazione clandestina, riconquista il piacere della seduzione e della corporeità con il proprio partner. Ora, se il percorso tracciato è un filo programmatico, c’è da dire che il grosso della trasformazione è allestito - e in parte risolto - nella prima ora del film, i restanti quaranta minuti abbandonandosi felicemente ad una riuscitissima descrizione d’ambiente. Una volta sbrigata la pratica dell’evoluzione dei personaggi, Im si dedica infatti all’iscrizione dei corpi nei luoghi, inscatolando i personaggi in spazi spesso segnati da superfici trasparenti che talvolta rinserrano le figure in una dimensione autoreferenziale (rimandando loro un riflesso tautologico) o dilatando visivamente l’orizzonte in una comunicazione panoramica con la realtà circostante (permettendo loro di affacciarsi sul mondo). Riflessi autoreferenziali o vibranti diaframmi, è proprio nella modulazione di queste superfici vitree che Im mostra una sensibilità registica d’innegabile eleganza e sorvegliata abilità, facendo di Seoul non tanto una realtà impermeabile ai desideri rinnovamento ed emancipazione delle protagoniste, quanto uno spazio pronto a reagire ed entrare in risonanza con il loro universo interiore. Allora, al di là della effimera trasgressività di un linguaggio salutarmente liberatorio, ciò che incide in profondità di Girls’ Night Out è il ritratto corporeo e pulsante di figure femminili incastonate in un tessuto urbano attraversato da tensioni e contraddizioni. Ci sarebbe da dilungarsi su moltissime sequenze (ogni situazione erotica è risolta cinematograficamente con approcci diversi), corre tuttavia l’obbligo di citarne almeno due: la prima, sull’orlo del tragicomico, è quella in cui a Yeon si rompe il tacco di una scarpa dopo aver inutilmente inseguito l’uomo con cui ha avuto un’avventura poco tempo prima; la seconda, un tantino virtuosistica a dire il vero, è quella del lunghissimo finale (una sequenza di ben nove minuti) in cui le effusioni erotiche di Yeon e del compagno sono intervallate da appariscenti dissolvenze in nero. Impossibile non pensare alla celeberrima sequenza dei culatelli in Strategia del Ragno. Maldestro citazionismo o dirompente anarchismo sintattico?

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