Drammatico, Netflix, Recensione

GIOIA MIA

TRAMA

Nico è un bambino che deve trascorrere l’estate dall’anziana zia siciliana Gela perché la sua tata Violetta deve sposarsi e non può occuparsi più di lui.

RECENSIONI

Quanti modi esistono di fare fiaba oggi, all’epoca di fantasmi iper-visibili e trasparenti, presenze scenografiche dalle fattezze artificiali? Margherita Spampinato scrive, dirige e monta con la sua opera prima Gioia Mia una fiaba di realtà, che all’esposizione di mostri, castelli e fate preferisce scomparse, attese e confondimenti del reale, ricamati nella penombra di un’estate siciliana senza adulti. Poche tracce neorealiste, funzioni e ruoli magici, nostalgici e sospesi, tra i cortili ripieni del baccano dei bambini e il silenzio bollente della controra, in mezzo ai lampadari oscillanti e i rumori minacciosi che attraversano le pareti. Il ritornare a percepire l’esistenza di qualcosa oltre il visibile, un anacronismo che è un miracolo in confronto al contemporaneo iperconnesso, devoto al progresso e al lavoro, con l’insostenibile pena capitale della noia. Spampinato viaggia fuori dal tempo, senza marchingegni o fratture fisiche anomale, lì dove è possibile scorrere più lentamente e con leggerezza rispetto alle grandi metropoli del Nord, senza tecnologia, wi-fi o elettrodomestici, soltanto la tecnica analogica dell’immaginazione, la pratica religiosa della tradizione. Basta aprire una scatola dei ricordi, sigillata con lo spago e stipata dove nessuno può trovarla, sopra un armadio di un’altra epoca, di un’altra storia, con cui attraversare lo specchio dell’Alice di Lewis Carroll, il portale che ne Le cronache di Narnia si apriva a un’altra dimensione e mondo parallelo. Ma in Gioia Mia è il tempo che si dedica al racconto di quella fiaba a disarchiviare lo spazio, gli spiriti, i suoi angeli, la forza di una memoria familiare e culturale che nel tramandarsi può riempire di nuovo una casa buia, con le tapparelle sempre abbassate e le icone sacre imperturbabili, in passato infestata di leggende ma ora soltanto attraversata di solitudine.

Il piccolo Nico (Marco Fiore), unghie con lo smalto e un nome strano non ereditato dai parenti, soffre la distanza dalla sua routine digitale, l’allontanamento dalla sua amata babysitter Violetta che si sta per sposare e trasferire all’estero, lassù, nel mondo moderno, e di cui attende impaziente una chiamata dall’immensità geografica che giù, nel mondo antico, lo lascia senza rete. Ma con l’anziana zia Gela (una straordinaria Aurora Quattrocchi), inizialmente scontrosa e respingente, ritrova uno spiraglio, un gesto di cura condiviso, una prossimità di sguardi intergenerazionali che anche nei divieti dispiega il modo di esperire della vita, di accorgersi di piccole cose perfette tali anche nella calura: giocare a briscola, stirare vecchi fazzoletti di stoffa, imparare a cucinare un piatto che non è già pronto all’uso come nella vita predisposta di sempre. Quello stesso incanto dell’incontro da vicino che anima anche la relazione con la piccola coetanea Rosa (Martina Ziami), di cui Nico diventa complice in avanscoperta, al comando di spedizioni per risolvere misteri e superstizioni, e quindi significare ed esorcizzare in riti di passaggio il proprio dolore e la propria solitudine con altri precedenti prima di sé, crescendo finalmente insieme. Gioia Mia riesce insomma a conciliare con grande garbo i poli opposti della cartina, gli antipodi anagrafici affacciati a una memoria comune che riverbera le ragazze di allora sugli adulti di domani. Senza esotismi, didattismi o forzature sentimentali, solo con il dono raro della verità.

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