TRAMA
1857: nei ghiacci del nord, una nave danese s’imbatte nel mostro di Frankenstein che dà la caccia al suo creatore. Il capitano si fa raccontare da Victor di quando, volendo sconfiggere la morte, diede vita alla creatura per poi tentare di ucciderla nell’evidenza della sua scarsa intelligenza.
RECENSIONI
Inizia come la prima stagione di The Terror, per poi ripercorrere l’infanzia di Victor Frankenstein e carpirne carattere e motivazioni, compresa quella di sovvertire l’ordine naturale sospinto dalla visione di un angelo oscuro (scorciatoia narrativa infeconda). La rilettura del mito di del Toro tradisce più l’iconografia sedimentata dal cinema che lo spirito del romanzo di Mary Shelley, fra struttura (le testimonianze di Victor e della Creatura) e compassione (la responsabilità verso il generato e l’inquinamento della sua bontà): inventa stimoli e retroscena (non sempre bene: la scena della confessione; il modo in cui rende inverosimile la clandestinità della Creatura nella fattoria), orientando l’opera nei terreni della sua poetica, elegia di mostri innocenti vessati dal mondo corrotto, lontana dal cinema d’orrore e vicina al mélo con conflitto padre-figlio (come Pinocchio, altra incursione apocrifa), evidenziando il trauma ereditato (Victor non fa che replicare, inconsapevole, la tirannia della figura paterna). Come sempre, l’autore seduce con lo sfarzoso apparato figurativo rigorosamente artigianale, fra macchinari, scenografie e costumi, rinnovando l’iconografia della scienza prometeica (fra “trucchetti galvanici”, principi dell’agopuntura e arabeschi del sistema linfatico) e della maschera del mostro (ispirandosi in parte alle tavole di Bernie Wrightson), anche se, infine, più che al mostro di Frankenstein s’assiste alla nascita di un nuovo supereroe d’ascendenza Marvel (la scena della dinamite). È tanto a rischio di kitsch quanto benvenuta la sottotraccia sentimentale: la creatura in cerca di una compagna (La Moglie di Frankenstein) sottolinea la solitudine di un essere immortale che trova uno spirito affine perché anomalo (una donna che ama gli insetti e percepisce la purezza del suo cuore) e illuminato (“Nell’arbitrio risiede l’anima”; “Solo i mostri giocano a fare Dio”). Per eccesso di citazioni, non mancano la figura del cieco carrettiere del Paradiso Perduto di Milton e, durante il primo smembramento dei cadaveri, l’ironia verde-acida di Re-Animator. Il tutto ammalia diventando poetico e gotico-romantico alla Crimson Peak (già imbevuto di Mary Shelley), nonostante lievi azzardi favolistici che chiedono allo spettatore di sospendere l’incredulità.

