TRAMA
Giamaica, 1840: una bambina è testimone della madre in preda alla follia dopo aver subito la vendetta sulla sua famiglia degli schiavi della piantagione. Cresciuta, è sposata a un inglese che ha un legame morboso con un’indigena dedita alla magia nera.
RECENSIONI
Il romanzo di Jean Rhys, da cui è tratto, riserva una sorpresa nel finale, riallacciandosi al racconto di Jane Eyre di Charlotte Brontë, ma John Duigan dona vita propria a un mélo tragico in costume, crocefisso come la sua protagonista, immergendolo in un’indimenticabile atmosfera in cui suggestioni malefiche, tensioni razziali, pruriti erotici esotici, il fascino libero e periglioso del selvaggio (la Natura, l’eros e gli schiavi liberati, l’odio di questi ultimi) e gli inquietanti rituali voodoo si intrecciano, occludendo la storia d’amore e allo stesso tempo rimarcandone tutta la passione “fou”, delirante, disperata, vale a dire la sua potenza (sulla mente, sui corpi, le esistenze). Nel Wide Sargasso Sea del titolo originale, distese d’alghe fluttuanti imprigionano il corpo del nobile inglese, confondendolo in un labirinto di odi covati, vendette coltivate, maledizioni eterne che reiterano il nefasto destino di una stirpe (la figlia si rispecchia nella madre, ma non sapremo mai se la sua alienazione, tema ricorrente nelle opere del regista, è genetica, indotta da una fattura o dai pregiudizi del marito). Allegorie ricorrenti evocative, come allegorico è il gesto dell’inglese quando affronta il granchio dello stagno, il “mostro”, e lo seppellisce sotto un sasso, così come sotterrerà le emozioni nei confronti della moglie, ovvero rifiuterà di lasciarsi andare all’Istinto in un paese “primordiale”, di accettarne i rischi ma anche le inebrianti attrattive, preferendogli il passato, l’Illuminismo della patria Inghilterra. L’opera, infatti, si trasforma anche in lotta (altro tema caro a Duigan) fra mito della ragione e liberazione dai tabù (sessuali, religiosi, sociali) stratificati nel mondo civile oppure, più semplicemente, può essere letta come l’anatema che colpisce alla cieca di un popolo schiavizzato per secoli. La messinscena di John Duigan convince maggiormente nelle pulsioni inconsce filosofali e sensuali che nella coerenza poetico/stilistica, ma era difficile filmare e governare un dramma sentimentale che frequenta l’horror socio-psicologico e (oltremodo, nell’economia generale) i pruriti della carne. A sensazione, c’è riuscito mirabilmente.

