TRAMA
Anni Cinquanta: un pasticcere accetta di preparare la festa di laurea della figlia di una bella signora di cui è innamorato: una fatica immane dove deve anche rimettere a posto la casa al mare. E solo perché per anni ha fantasticato su di un bacio da lei ricevuto in passato.
RECENSIONI
Dolceamaro, ennesimo, nostalgico passo indietro nel tempo dell'emiliano Pupi Avati, che costruisce la sua tenera e romantica storia d'amore a senso unico negli anni Cinquanta, rimarcando l'importanza dei legami col passato ma sottolineando con forza anche la perfida insensibilità di una classe borghese altezzosa e sprezzante (oriunda di Bologna), a confronto con la candida e generosa ingenuità, l'idealismo sospeso nei sogni della "provincia", quella che mette i legami affettivi davanti ai rapporti di potere e denaro. C'è posto anche per un po' di meta-cinema (l'avvocato che fa i filmini della festa: il cinema è inganno ma anche l'unico luogo dove si possono avverare i sogni, vedi il finale) e per l'immancabile jazz-band. Nella sceneggiatura funziona tutto alla perfezione, la drammaturgia procede con scenette deliziose, anche se la messinscena non è esente da forzature e pesa la mancanza di professionismo di alcuni attori (Nik Novecento compreso, che si salva, però, con un’innata simpatia): è lo scotto da pagare nel lavoro con non-professionisti, i soli capaci di garantire passaggi e arie così naturali. Il cinema felliniano di Avati è fatto di realismo dei sentimenti e lieve onirismo magico.

