TRAMA
Eleonora Duse ha una leggendaria carriera alle spalle ormai conclusa. Tra la Grande Guerra e l’ascesa del fascismo sente un richiamo più forte di ogni rassegnazione e torna dove la sua vita è iniziata: sul palcoscenico.
RECENSIONI
Il cinema di Pietro Marcello, polisemico e polifonico, sfugge alle forme narrative tradizionali, per far convivere (all’interno del testo filmico) più voci e più codici espressivi: sutura le immagini di repertorio alla fiction, in una visione ibrida che restituisce profondità e spessore. Duse è un biopic (ma il “genere” viene decostruito, l’agiografia sapientemente evirata), un melodramma, il racconto di una donna al tramonto alle prese con l’atto creativo (il ritorno sulle scene a 60 anni), il suo ruolo di madre e di testimone della Storia. Marcello sceglie di raccontare gli ultimi anni di Eleonora Duse lontana dai palcoscenici da lungo tempo e malata, nonché il suo tracollo fisico, le sue contraddizioni, i suoi tormenti, la sua vitalità disperata e rivoluzionaria, il suo egotismo ingombrante, la sete di libertà, il rapporto consunto con il malandato Gabriele D’Annunzio e con le sirene del fascismo. È un film sulla morte, Duse, sui fantasmi che prendono vita nell’ultimo atto, come dentro una seduta esorcistica. Un film di conflitti e dannazioni. Dove i corpi dissennati e ancora pieni di languore impongono il loro credo sacrale, e l’atto d’amore (per il teatro; per l’amante ormai sfiorito) scrive nella carne il senso ultimo e violento dell’esistere. Il volto di Valeria Bruni Tedeschi, ispezionato e indagato a distanza ravvicinatissima, non finge una somiglianza fisica (che infatti non c'è), cerca disperatamente la verità del gesto, la scintilla della sua coscienza, la contromisura alla violenza degli eventi che circondano la vita delladivina. Valeria Bruni Tedeschi non interpreta Eleonora Duse, è Eleonora Duse, ne abita le emozioni e ne subisce l’impatto psicofisico. È una possessione recitativa, una fecondazione artistica di grande potenza espressiva. Magniloquente e sovraccarica, ma perfettamente in linea con il gusto barocco della regia di Pietro Marcello. Che procede, operisticamente, mettendo in correlazione la grandiosità dell’affresco alla poesia crepuscolare. La fotografia granulosa e sabbiosa, quasi “antica” ma mai cartolinesca, dialoga con il presente, e non con la polvere del passato, restituendo il ritratto di una donna moderna e inquieta, a partire dai chiaroscuri - estetici ed emotivi - e dalle asperità caratteriali (il difficile e sofferto rapporto con la figlia Enrichetta, interpretata da NoémieMerlant; la eco abbagliante del fascismo; la complicata relazione sentimentale e professionale con D’Annunzio). La giustapposizione tra il linguaggio del cinema (fiction) e quello del documentario (le immagini d’epoca) crea un corpo unico, dove gli affetti, la vita privata e pubblica di Duse e il teatro (spazio fisico e mentale) si mescolano e si compenetrano fino ad annullarsi. La distanza ravvicinata della macchina da presa, così mobile e morbida, al servizio del personaggio, rifonda il mito non per abbellirlo o riscriverlo alla luce di verità nuove od inedite, al contrario, per accentuarne il mistero e l'insondabilità. Eleonora Duse morirà a Pittsburgh, stroncata da una polmonite, il 21 aprile 1924.

