TRAMA
In un paese ai piedi del Vesuvio, lo squattrinato Antonio è oggetto delle attenzioni di Carmela, una peperina. S’innamorano ma il padre di quest’ultima, fabbricante di fuochi d’artificio, non ne vuole sapere di vederli sposati. Ogni volta che Antonio trova lavoro, lo perde a causa dell’irruenza di Carmela.
RECENSIONI
Poveri ma di buone speranze, in un mondo infame che non li tange. Purtroppo, tange poco anche il regista che, cresciuto come aiuto e sceneggiatore per Camerini, Blasetti e Soldati, dopo prove più calligrafiche trova la sua vena più genuina (Gran Premio a Cannes) in questo ibrido da neorealismo rosa (storicamente, il primo esempio), ricco di temi socio-politici-culturali che non vengono “discussi”, con attori pittoreschi pescati per la strada (il paesino è Boscotrecase) ma un poco convincente approccio realistico nei modi da commedia fiabesca inverosimile. È come se Castellani adottasse, stilisticamente, la stessa ingenuità e irresponsabilità nei confronti dei duri fatti della vita della giovane Carmela, invero l’ingrediente più riuscito del film con questa passione urlata, questa incontrollata e (perché) candida istintività, questa freschezza di porsi cui si perdona tutto. Il regista, però, affabula, indirizza e sceglie modi che non trovano mai la medesima “innocenza” e spontaneità, risultando artificiosi. C’è qualche problema anche con i tempi cinematografici: vedi, ad esempio, la prima sortita di Antonio a Napoli, restituita come breve ma incoerente con i fatti che sono accaduti al suo ritorno. C’è, soprattutto, una profonda matrice da commedia popolare partenopea (revisione ai dialoghi: Titina De Filippo) dove la macchietta (anche fuori luogo), la situazione (anche esagerata, grossolana, da “sceneggiata”), il personaggio è un dato di fatto, un espediente drammaturgico insondabile e la conseguente incoerenza con i modi da “neorealismo” impegnato e “politico” annichilisce qualsivoglia verosimiglianza, esempi a seguire: la madre snaturata e gretta che, però, il figlio adora senza argomenti a sostegno; il prete vigliacco che licenzia il giovane perché comunista (unico passaggio inopinatamente sottolineato da Castellani, a rischio di risultare fazioso); i vezzi tipici della cultura meridionale, con i suoi “riti” di accoppiamento e le “pressioni” della “tribù” sull’individuo, esposti senza sarcasmo (Pietro Germi deve ancora venire) ma solo come espediente per strappare qualche risata, mondando, infine, tutta la cittadinanza nel finale di solidarietà. Da quest’ultimo elemento, poi, scaturisce un “messaggio morale” del film ancora più annacquato, ambiguo, se non lo si vuole limitare al “Tira a campa' e a fa’ l’amore, che a tutto c’è rimedio” (soprattutto alla disoccupazione). Invero, non è protagonista nemmeno una vera passione fra i due giovani: Carmela (ripetiamo: è il suo personaggio a salvare il film), è innamoratissima, il trasporto di Antonio invece non cresce, fa capolino tutto a un tratto. La gag della corriera, dove tutto va a rotoli per una stupidaggine, non fa ridere, è ridicola.

