Drammatico, Poliziesco, Recensione

DUE CONTRO LA CITTÀ

Titolo OriginaleDeux hommes dans la ville
NazioneFrancia
Anno Produzione1973
Durata90'

TRAMA

Sostenuto e incoraggiato dal rieducatore penitenziario Germain Cazeneuve (Jean Gabin), l’ex rapinatore di banche Gino Strabliggi (Alain Delon) esce dal carcere in libertà controllata dopo 10 anni di detenzione e cerca di rifarsi una vita con la compagna Sophie (Ilaria Occhini), ma la cattiva sorte prima (Sophie muore in un incidente stradale) e l’accanimento dell’ispettore Goitreau (Michel Bouquet) poi gli sbarrano la strada dell’onestà.

RECENSIONI

La profonda ammirazione che nutro per José Giovanni, Alain Delon e Jean Gabin mi impedisce di sparare a zero su un film palesemente fallimentare. Le buone intenzioni di Giovanni (anche sceneggiatore e dialoghista) strangolano infatti il film nella morsa della giaculatoria: impegnato nella sacrosanta causa dell'abolizione della pena di morte (la Francia è stato l'ultimo stato europeo ad abolirla, nel 1981), lo scrittore e regista di origine corsa calca pesantemente la mano in ogni passaggio, facendo di Strabliggi (un Delon di egocentrico magnetismo) un vero e proprio martire della cosiddetta giustizia e trasformando il suo film in una tonitruante arringa da tribunale. Nella parte del rieducatore penitenziario, Gabin si difende decorosamente, ma il suo copione lo costringe ad un ruolo monocorde e ingessato, non riuscendo mai a garantirgli autonomia narrativa e indipendenza interpretativa: qui il vecchio Jean non recita "con" Delon, ma recita ininterrottamente "per" Delon, anche quando quest'ultimo non è in scena. Purtroppo il deloncentrismo del film, per quanto cosmeticamente appagante, non è supportato da una scrittura altrettanto persuasiva: non soltanto la parabola dell'ex gangster è di uno schematismo sconfortante (uscita dal carcere, frustrazione delle speranze di reinserimento, rovinosa e fatale ricaduta nel delitto), ma sono soprattutto le sue reazioni a risultare meccaniche (gita fuori porta con la famiglia Cazeneuve = gioia di vivere ritrovata) oppure inconsulte (alla legittima domanda del rieducatore che gli chiede se ha rivisto i vecchi amici del milieu, Strabliggi sbotta immotivatamente mandandolo a quel paese e uscendo infuriato dalla stamperia in cui lavora). In questo teatrino edificante che spesso e volentieri sbanda nel comico involontario (la sequenza in cui Delon prende a mazzate delle carcasse di macchine per sfogarsi è un piccolo gioiello scult), il solo che riesce davvero a ritagliarsi una parte incisiva e tenere degnamente testa alla prorompenza di Delon è Michel Bouquet: il suo ispettore capo Goitreau rifulge di una meschinità e di una perfidia letteralmente diaboliche. Il vero testa a testa è tra loro due: il buono e il cattivo faccia a faccia nella inerte e sonnacchiosa provincia francese. Prologo ed epilogo da brividi di piacere, con Gabin che cammina lungo una palizzata grigia e scrostata mentre la sua voce over snocciola frasi di irrecuperabile amarezza: "Non riuscirò mai più a vedere la giustizia nello stesso modo, ora che ho scoperto qual è la sua faccia nascosta... Da quel giorno capii che anche la giustizia può diventare soltanto una macchina per uccidere".

La fiducia nelle istituzioni di José Giovanni, ex detenuto (per rapina, come il protagonista), non c’è: il personaggio di Jean Gabin, dopo averlo sottolineato sin dal prologo con l’Io narrante, lo rimarca chiudendo con “Anche la giustizia diventa una macchina di morte”. L’amara parabola oppone chi crede che l’ex criminale sia recuperabile (Jean Gabin, vecchia scuola prossima alla pensione: le nuove leve lo deridono, nelle prigioni scoppiano rivolte in reazione ai duri metodi di detenzione) e chi marchia l’essere umano a vita (l’odioso commissario di un grande Michel Bouquet), perizie psichiatriche comprese, fino alla profezia autoavverantesi. Giovanni, al solito, si divide fra pathos struggente con l’aiuto delle musiche di Philippe Sarde (con qualche ralenti di troppo per l’idillio da spezzare), macchiette che sfuggono al controllo (il figlio di Cazeneuve, studente impetuoso antisistema tanto tipico da essere ridicolo) e un punto di vista sul bene/male che solo chi è passato da una barricata all’altra può avere. Ci sono idee di messinscena notevoli: il lungo sguardo fra Gabin e Delon quando quest’ultimo viene arrestato, l’agghiacciante brano finale da “dead man walking”. Feroce anche l’irrisione donata dalla macchina da presa quando, al processo, osserva gli astanti fino a giungere a una giuria addormentata e a un presidente che fa i cruciverba. Alain Delon, come Germain Cazeneuve, adotta in toto il credo di Giovanni e produce con convinzione, anche perché la pena di morte, all’epoca, era ancora in vigore in Francia.

Spietati - Recensioni e Novità sui Film