Drammatico, Sala

DREAMS

Titolo OriginaleDrømmer
NazioneNorvegia
Anno Produzione2024
Durata110'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia
Costumi

TRAMA

Johanne ha diciassette anni e un mondo interiore fatto di emozioni e desideri inespressi. Quando si innamora della sua insegnante di francese, il confine tra sogno e realtà si fa sempre più labile.

RECENSIONI

And the empty pages?
Should they ever be filled

Let it be with observed

Celestial recurrences,
The day the flowers come,
And when the birds go.
Philip Larkin, Forget What Did

Il secondo capitolo della trilogia di Haugerud è anche l'apice, per scrittura, recitazione, regia e anche perché, rispetto allo svolgimento rigoroso sul filo dell'assurdo di Sex, Haugerud tocca piani cosmici e trascendenti abbandonando ogni timore dello slancio lirico, dello squarcio disarmato e osando simbolismi più smaccati benché sempre circolari e simmetrici - la scalinata nel bosco che rimanda alla scala di Giacobbe e che in apertura è un non luogo periferico e squallido, immerso nella nebbia, mentre a fine film diventa la sede infiammata di una performance, di un sottofinale visionario tra Film Blu e l'apologo yiddish di Fanny & Alexander. Se Sex si apriva con il nuoto ("I wish I could swim like the dolphins, like dolphins can swim": David Bowie, cavalcare il fluido), è la danza a fare da emblema. Procede il discorso attorno (alla costruzione e decostruzione de) l'identità: la protagonista si costruisce innanzitutto tramite i libri. È grazie a una versione locale di Piccole Donne che mette a fuoco "una potente, formicolante sensazione di desiderio di essere nuda a fianco di qualcuno". Prima arriva il desiderio, poi un corpo, un individuo - la professoressa di francese - a incarnarlo. Da lì cominciano ad accatastarsi frammenti di un discorso amoroso dove l'evocazione barthesiana non è solo suggestiva: si tratta letteralmente di una descrizione incantevole, in stato di grazia degli elementi che compongono lo stato di grazia e euforia che è l'innamoramento. Si parla tanto, inevitabilmente, di spazio e tempo e come l'amore li deforma e trasforma. Lo spazio diventa una qualità relazionale, si accende e si spegne per la presenza o assenza dell'oggetto d'amore. Esiste una psicogeografia dell'amore: dove abita lei è un nido ("caldo come se tutti i caloriferi fossero sempre accesi" e ripreso come in modalità fluo, attraverso una calza), muovere verso il suo quartiere "dove non ero mai stata" è la ricerca di una seconda casa, stavolta scelta, un calco nel microcosmo delle esplorazioni e migrazioni compiute dall'Uomo sotto la spinta di Eros. L'umore dell'innamorata entra in rapporto simbiotico: c'è l'iperattenzione, la lettura delirante, paranoica e esorbitante degli eventi, l'unidirezionalità di atti e pensieri. Al tempo stesso l'amante così apparentemente proteso verso l'amato - lo ricorda appunto anche Barthes - è anche l'individuo più egoista, più antropofago, più manipolatore dell'Altro che spesso è solo una proiezione di desiderio sovrapposta a una persona che c'entra poco o nulla. Il primo amore viene raccontato in presa diretta attraverso Johanne e perciò abbiamo un narratore per definizione inattendibile. L'esperienza per sua natura ineffabile e incomunicabile diventa testo: Johanne deve trovare le parole esatte per catturarla, darle forma, renderla comunicabile per eternarla, salvarla dallo sfascio della memoria perché è un diamante preziosissimo. Chiaramente il passaggio dall'apparente racconto in tempo reale alla lettura del testo muta il nostro rapporto con le immagini: gli incontri tra la ragazza e la professoressa ci appaiono ora più chiaramente romanzati e dubitiamo si siano effettivamente svolti come li vediamo nel mondo cartesiano oppure nella mente dell'autrice. L'esperienza diventa letteratura, passa di mano e nelle mani della madre e della nonna viene degradata a prova in un tribunale. In un primo momento il memoir di Johanne viene analizzato alla ricerca di eventuali reati, si fa critica letteraria a fini giudiziari. C'è una demistificazione, un crollo d'aura che risultano davvero disturbanti. Poi viene l'idea di farne un prodotto, monetizzare. Haugerud, come i punk, lascia intendere che è meglio non fidarsi di nessuno che abbia superato i venticinque anni. C'è anche un riferimento critico a certi approcci particolarmente letterali e savonaroleschi nell'interpretazione delle opere d'arte venuti in auge tra le frange più puritane della sinistra anglosassone prima che la rielezione di Donald Trump portasse a compimento il ritorno del nazismo e spazzasse via tutto, rendendo ancora più struggente e urgente l'anelito queer, fluido del film. Johanne capisce tutto quando guarda gli adulti e la loro mancanza e incapacità d'amore, la loro solitudine e arrendevolezza, la sordità al desiderio. E poi accade qualcosa: un contagio. Il testo contagia i suoi lettori, la madre e la nonna smettono di cercare reati o casi editoriali, di edificare sovrastrutture e riprendono a cercare, come la generazione fluida, soltanto l'amore, il tocco di una pelle altrui. "Thigh skin, belly skin. shoulder skin, secret skin (...) skin on skin, hole" recita la poesia emblema, ripetuta come un mantra. Se le tre generazioni rappresentano anche le tre età della donna, la più prossima alla morte conclude per bocca della nonna (adorabile): "Vorrei aver vissuto di più". Alla fine dal testo si torna al racconto orale e anche la messa in scena prende caratteri più naturalisti. A riportare tutti alla realtà ci pensa lo psicoterapeuta: ti sei innamorata e hai scritto un libro. Tutto qui. Così è la vita. Tuttavia anche lui teorizza, mette a sistema. Johanne, la vera eroina della storia, vuole provare - così come ogni generazione ha provato a desiderare senza limiti - a essere fedele alla vita, al desiderio, all'amore. Ha un fidanzato, ora. Incontra una ragazza che aveva conosciuto a casa della professoressa. Vicendevolmente si vedono per la prima volta. Il finale resta aperto.

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