TRAMA
Un mite professore universitario di biologia, con moglie e due figlie, diventa l’uomo del giorno: in molti lo sognano e non si sa perché. Lui vorrebbe sfruttare la notorietà per pubblicare un libro ma un’agenzia di marketing gli propone solo di fare lo sponsor per la Sprite.
RECENSIONI
Invasion movie?
La frustrazione repressa, per il prof. Paul Matthews, è pane quotidiano, ingerito suo malgrado. I suoi studenti sono pochi e svogliati ma lui non riesce a scuoterli, ritiene che un’ex collega gli abbia sgraffignato un’idea ma non riesce a farsi valere, alla moglie esplicita candidamente la propria inettitudine («credi che potrei mai sostenere il peso emotivo di un tradimento?»). Inoltre, è escluso dalla rete sociale cui vorrebbe - segretamente, visceralmente - appartenere. Il suo quotidiano è costellato da mortificazioni autoinflitte, almeno fino a quando non avviene qualcosa di strano. Qualcuno comincia a sognarlo, poi anche qualcun altro, e poi, apparentemente, (quasi) chiunque, familiari, conoscenti come sconosciuti. Paul si manifesta come presenza ignava, ma ricorsiva. E gli altri, i sognatori, sono da lui d’un tratto irretiti, spaventati, minacciati; vedono in lui chi un mistero, chi un gioco, chi una possibilità marketing (ça va sans dire). Ma per lui quella bizzarria è l’insperata via per un bramato palcoscenico, per una audience potenzialmente universale (come quella offerta dai social network), insomma per una celebrità instant, ottenuta senza muovere un dito - letteralmente: nella realtà così come nei vari dream scenario - e senza in fondo averne davvero la responsabilità. Una vittoria, cioè una fama, facile, come quella (malmostosa, fraudolenta) raccolta dalla protagonista di Sick of Myself (opera precedente di Kristoffer Borgli) che abusa del suo corpo per farne strumento predatorio, avulso da meriti reali, oggetto investito di successo solo in quanto tale (sciagurato, sfigurato, speciale). In senso contrario (ma non contraddittorio) va la storia di Paul, che nell’immaterialità della propria figura fisica - la quale, gregaria e marginale, da principio si marginalizza anche nei sogni - riceve la croce e la delizia dalla viralità. Divenendo (impalpabilmente, dunque non potendo davvero essere parte in causa) un testimone interiore, il paradigma onirico di una indifferenza interiorizzata, dell’assenza di empatia - ma anche della ansie da videosorveglianza - tipica del mondo contemporaneo che un allibito (e traumatizzato, come si vedrà in progressione) inconscio collettivo così elabora. Ben poco di che far festa, ma d’altra parte Paul è un ordinary man nell’accezione più svilente del termine, le sue comparsate nel terreno onirico altrui riflettono tuttavia l’irrilevanza - da nessuno, lui compreso, dichiarata - che è il tratto primario del suo personaggio, il costituente principale del suo sé (e che contraddistingueranno anche la fine della cultural sensation e dei suoi 15 minuti di gloria). Tutto l’opposto di colui che lo incarna nel film, Nicolas Cage, inesauribile corpo (auto)parodico e (para)sperimentale, per un certo periodo un po’ ovunque, fra cinema (lasciateci passare la formulaccia critica) alto e basso, integrabile in qualunque paesaggio cinematografico, coefficiente cartoonesco di delirio potenziale, e perciò sempre credibile inquilino di universi personali, immaginari privati di qualsivoglia genere. Dream Scenario è in gran parte vetrina espositiva di questa sua realtà attoriale, anche quando si contenta di girare a vuoto, di cincischiare, di pervertire e stuzzicare sadicamente il suo fiero uomo ridicolo («a scuola ti chiamano Freddy Krueger!»).
Postilla: il terzo lungo del regista norvegese è, non a caso, prodotto da Ari Aster, uno che di incubi scopici e di orrore dell’invasione - il desiderio disperato di Dani in Midsommar, la spirale di violenza nello sguardo altrui esperienziata da Beau in Beau ha paura - è un esperto, e, chiaramente, un affamato…

