Catastrofico, Fantascienza, Recensione

DOOMSDAY

Titolo OriginaleDoomsday
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2008
Durata105'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

In Scozia esplode il terribile virus Reaper, una specie di influenza che degenera in zombesca peste bubbonica (più o meno). Le autorità non trovano di meglio da fare che erigere un muro e lasciare la zona infetta al suo virulento destino ma dopo 25 anni, il virus si ripresenta a Londra…

RECENSIONI

Dog Soldiers era un oggetto sorprendente, che partendo da un assunto decisamente improbabile (soldati vs. lupi mannari) riusciva a sfociare in un action horror bizzarro sì ma teso, con punte di genuina inquietudine e sprazzi di sano disgusto (la sequenza del poveretto sventrato con l’intestino in balia del cane è di quelle che non si dimenticano); The Descent ci sembrò, invece, un vero e proprio capolavoro: horror al femminile dai risvolti psicologici accurati, capace di ridare dignità all’usurato aggettivo “claustrofobico”, nudo, duro, crudo ed equidistante da qualunque patinatura da un lato o metariflessione sul genere di qualsivoglia grado e natura dall’altro. E Doomsday che roba è? Catastrofico vero, omaggio, rilettura o boiata? A Neil Marshall vogliamo bene e allora non si sa davvero che pesci prendere. Il film, certo, mixa e shakera un sacco di roba, recente (28 Giorni/Settimane Dopo) e meno recente (1997 Fuga da New York, Mad Max), ma solo a tratti le citazioni e i riferimenti sono puntuali e simpatici (l’eroina senza un occhio, ovvia riproposizione del noto handicap di Snake Plissken); più spesso, l’apparato scenografico/costumistico puzza di stracultismo di ritorno e il pensiero vola ai Nuovi Barbari di Castellari o ai Predatori di Atlantide di Deodato, ma con una genericità apparentemente lontana dalla sublimazione intellettuale di un Tarantino, dall’iperconsapevolezza cinefila di un Roth o dalla ridente sguaiatezza di un Rodriguez. A quanto scritto finora ci duole aggiungere che la sceneggiatura è assai confusa, con abuso di voice over eppure lacunosa e/o criptica al reparto “nessi causa/effetto”; la regia tende troppo spesso alla scarsa intelligibilità nelle (numerose) sequenze action e sconfina a volte in incongruenze vintage (motociclisti inseguono pedoni raggiungendoli/nonraggiungendoli senza soluzione di continuità, come in certo cinema-telecinema di certi tempi passati); gli attori, infine, paiono tutti un po’ spaesati: la Mitra fa la Jovovich che fa la Beckinsale (o viceversa), Bob Hoskins non sa chi/cosa fare mentre Malcolm McDowell, probabilmente fuorviato dagli abiti medievali nei quali è costretto, si crede Laurence Olivier. E se Doomsday fosse puro, semplice trash al grado zero?

Film fantascientifico d’azione violenta che ha un unico, sovrastante difetto: crede di omaggiare ma ricicla senza alcuna traccia di originalità o rielaborazione. Guarda soprattutto al cinema di genere anni Ottanta (le canzoni sono hit di quel decennio), in testa 1997: Fuga da New York, con la bella e tosta Rhona Mitra (physique du rôle segnato dal cognome) che rifà Iena Plissken. È l’opera con cui Neil Marshall ha fatto ricredere sul ruolo da rifondatore dell’horror adulto che Dog Soldiers e The Descent profetizzavano: non solo il suo film è uscito in un periodo che fra virus, quarantene e sopravvissuti aveva già detto tutto (vedi 28 Giorni Dopo e simili) ma si riduce a mero re-enactment da console in cui, oltretutto, si elimina la salvifica ironia di John Carpenter mettendo a nudo la superficialità dei segni, come un epigono (massimo rispetto) di Paul W.S. Anderson (Resident Evil). La stessa violenza splatter, che poteva essere una ragion d’essere non sgradita, è mostrata con accelerazioni che, se non annoiano, stordiscono e finiscono con l’affastellare scene già viste. L’unica idea meno nota (ma è un richiamo a Terry Gilliam) è quella della “tribù” di Malcolm McDowell, che vive in un castello fra cavalieri, armature e giostre. La conclusione è da Mad Max (tutto consapevolmente: due soldati mandati in missione portano i nomi di Miller e Carpenter), per un citazionismo che non è in grado di rielaborare, simile in questo al Grindhouse di Quentin Tarantino.

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