Documentario, Recensione

DOMESTIC VIOLENCE 2

Titolo Originale
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2002
Durata160'

TRAMA

Il documentario si focalizza sul sistema giudiziario americano in materia di violenza domestica.

RECENSIONI

Dietro la Porta Chiusa

Il titolo potrebbe far pensare al sequel di un horror a basso costo, invece è la seconda incursione nei territori della violenza domestica da parte di Frederick Wiseman, uno dei più famosi documentaristi americani. Se nella prima parte l'occhio del regista si soffermava sulla concretezza dei fatti, filmando gli interventi della polizia alle chiamate di denuncia e l'attività delle associazioni per la protezione di donne e minori, in questa ulteriore tappa assistiamo ai risvolti giudiziari degli episodi di violenza. A essere messo in discussione è perciò il Sistema Giudiziario Americano. Il luogo dell'azione è ancora la cittadina di Tampa in Florida e il documentario segue alcune giornate in cui si succedono a ritmo serrato udienze preliminari e veri e propri processi. Alla base sempre e comunque un'aggressività esplosa tra le mura di casa, messa tra parentesi e vestita il più possibile con gli abiti della calma per fronteggiare la sentenza di una Corte Giudiziaria. L'occhio guardone dello spettatore entra ed esce da storie di ogni tipo, tutte nate da incomprensioni sfociate in liti e lasciate in balia di una rabbia, forse atavica, forse motivata da disagi sociali, in ogni caso incapace di essere gestita attraverso il dialogo e la comunicazione. Il più delle volte la causa dell'alterco sfociato in violenza è la non sobrietà dell'imputato, che ha agito sotto gli effetti distorcenti dell'alcool, forse scelto quando le parole non erano più in grado di affrontare un malessere o forse proprio per l'incapacità di dare voce ad un senso di inadeguatezza. Tutte considerazioni a cui si giunge senza alcuna forzatura da parte del regista, che evita commenti e si limita, con un efficace taglio asciutto, a registrare i fatti. Nonostante l'apprezzabile scelta di non condizionare l'emotività delle immagini, non manca un punto di vista personale, discreto e incisivo, attraverso sottili notazioni di ambiente. Appare con evidenza, ad esempio, il contrasto tra la routine delle pratiche processuali e la disperazione e il disagio di chi non è abituato a muoversi tra incartamenti, accuse e relative difese (anche se la maggior parte degli indiziati mostra sangue freddo e determinazione). Vediamo così gli sbadigli delle guardie, il distacco di segretarie e stenografe, le lacrime (il più delle volte contratte) e la tensione di chi è sotto giudizio, l'umanità (intesa come natura umana e non come comprensione o benevolenza) del giudice: smarrito, deciso, sensibile, ironico, arrogante ("Ha fatto bene!" risponde a una donna che ha rotto la cornetta del telefono in testa al marito molestatore). La conclusione esce dalla dettagliata e gelida intimità delle mura giudiziarie per disegnare il perimetro della violenza. Oggetto dello sguardo del regista diventano infatti gli esterni delle abitazioni della città di Tampa: una placida distesa di villette affiancate con ordine e decoro. Nulla lascerebbe supporre furiose esplosioni di rabbia, ma i fatti dimostrano che le apparenze ingannano e che il tepore familiare può diventare un ricattatorio rifugio. Il dettaglio si allarga progressivamente passando dalle singole case ai quartieri, poi alla città e all'intero paese: l'America. Sarebbe curioso conoscere i retroscena del documentario e scoprire come il regista è riuscito ad ottenere la liberatoria dai reali protagonisti delle vicende. In "C'eravamo tanto amati" sapeva tutto di teatrino taroccato per massaie, mentre qui a uscirne fuori è la natura, tutt'altro che conciliata, dell'uomo e l'inadeguatezza di un sistema giudiziario davanti a una materia così oscura.

Courtroom Resurrection

Wiseman dedica a un reato forse indefinibile, certo definito in modo frettoloso dalle leggi statunitensi (un paio di graffi occasionali conta quanto una sequenza di percosse regolarmente distribuite) un documentario lucido e rigoroso, la cui struttura episodica e “casuale” è solo un’apparenza. Concentrandosi sul montaggio e rinunciando del tutto a intrusioni esplicative, il regista costruisce un horror in diretta sul meccanismo cieco della macchina-Giustizia. Il cerimoniale ha la precedenza su qualunque cosa gli uomini e le donne possano dire o fare, e se qualcuno si diverte (il primo giudice, un re in ascolto intento a giocare con le telecamere come un regista alle prime armi) o ne approfitta con bieco cinismo (il marito manesco che proclama con toni da predicatore televisivo un’untuosa “conversione”), gli altri, alle due estremità della lignea barriera, soffrono in silenzio, si sbranano (il litigio a quattro, fra humour nero e intrecciate menzogne), prorompono in un pianto (per nulla) liberatorio. E mentre il lungo giorno volge al termine, la macchina da presa percorre i quartieri residenziali, soffermandosi sulle facciate delle villette a schiera: dietro le porte chiuse (non solo in Florida, come indicano gli stacchi netti con cui ci si allontana dalla costa) la violenza domestica sta per (ri)prodursi.

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