Recensione, Spionaggio

DICK CARTER LO SBIRRO

Titolo OriginaleKoroshi
NazioneU.K.
Anno Produzione1966
Durata95’

TRAMA

L’agente segreto Dick Carter si trova in Giappone per sgominare una banda criminale che si rifà ai riti e alla “poesia della morte” dei Koroshi, antica setta bandita.

RECENSIONI

Si tratta dei primi due episodi della terza stagione della serie Tv “Danger Man” (Gioco pericoloso), che non vide mai la luce per la dipartita di Patrick McGoohan. Sono stati, allora, cuciti insieme con materiale aggiuntivo e riproposti come lungometraggio sul piccolo schermo. È curiosa l’idea di agganciarsi, nell’ambito delle avventure di un agente segreto, al Giappone e alla sua cultura (ma è tutto girato in studio), inventandosi una mega-organizzazione criminale ricalcata sulla Spectre di James Bond e con radici in un’antica setta: in realtà fa parte della tradizione inglese trasportare in luoghi esotici le peripezie dei propri eroi, ed è una sorta di vezzo/rimasuglio del loro impero coloniale. La prima parte diretta da Michael Truman (episodio originale omonimo: “Koroshi”), fra luci “neon-pop”, studio approfondito (nei limiti di genere) sul teatro kabuki ed evocazione di questa misteriosa organizzazione dedita alla morte poetica ed artistica, intriga con un soggetto affascinante, quasi un horror atipico nella miglior vena inglese. Per lo più inespressivo, McGoohan pare indossare un personaggio maggiormente tridimensionale quando, ad esempio, studia di nascosto le reazioni dell’appassionato di teatro. La resa dei conti è però sbrigativa, con inverosimiglianze pacchiane (l’orologio “avverti-bomba”?). Parte il secondo episodio, diretto da Peter Yates (titolo originale: “Shinda Shima”) e tutto peggiora: se Truman passava ampiamente la sufficienza, Yates sembra un mero mestierante. Nessun estro figurativo, assenza totale di impegno: il kitsch “tecnologico” con marchingegni (oggi ridicoli) futuribili in stile 007 si trasforma in pochezza, l’incredibile è frutto di svogliatezza, non c’è il benché minimo sforzo a livello drammaturgico per dare più spessore ai personaggi e al mistero. Solo la prova di Kenneth Griffith, in questa seconda parte, è degna di attenzione: il suo personaggio enigmatico resta tale, comunque, solo per dare maggiore spazio alle scazzottate.

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