TRAMA
Il nuovo curato di Ambricourt è giovane e gravemente malato. Tiene un diario con le impressioni sul suo gregge, cerca di ottenere fondi dal Conte, intercede per sua figlia che lamenta la relazione del padre con la governante e chiede consiglio al curato di Torcy quando un’alunna di catechismo si dice innamorata di lui.
RECENSIONI
Impressionante trovarsi di fronte a una pellicola del 1950 con argomenti e modi di raccontarli così moderni, anzi già post-moderni: prima della nascita della Nouvelle Vague, Robert Bresson era già rivoluzionario in un linguaggio trascendentale insieme disadorno e ricolmo di verbo, diretto e dialetticamente ambiguo, apparentemente piano in realtà stilisticamente “caotico”, mai pulito. C’è Dreyer in ogni dove, sia per la scelta di un protagonista dall’espressione affranta, già votata al sacrificio, sia per questo stare addosso ai volti, sia per la trattazione laica della sacralità della religione (presente anche nel precedente La Conversa di Belfort). C’è un bianco e nero magico, mistico: anche la superlativa stilizzazione degli ambienti e l’uso dei rumori immergono immediatamente nell’atmosfera malinconica e claustrofobica di questo paese di campagna. Perché si parla di santità, di pia rassegnazione e altruismo, di presenza di Dio ma, d’altro canto, anche di suicidio, di perdita della fede, di dolore. Un contrasto che dà corpo all’opera, rendendola più sfaccettata che in apparenza: come, del resto, i dialoghi e l’onnipresente (anche ingombrante) Io narrante salano con riflessioni teologiche ed esistenziali, spesso in contrasto con ciò che “crediamo” di capire dal succedersi degli eventi. Questo meccanismo dialettico è anche il limite della pellicola, nel momento in cui la drammaturgia ellittica di Bresson è “aggravata” e non potenziata da un racconto episodico dove, a volte, il personaggio che agisce in un modo in una scena, nella successiva sconfessa il profilo psicologico che ne scaturiva. Anche i punti di svolta, già osservati con distacco, sono volutamente resi in modo antidrammatico e antispettacolare, con una successione (vedi la “conversione” della contessa) certo meno efficace (dipende dall’obiettivo) di quella tradizionale del romanzo di Georges Bernanos, in cui i temi convogliano in una morale che apre al coinvolgimento emotivo del lettore. Fedele allo spirito, quindi, più che alla lettera della pagina scritta, Bresson la rispetta in toto e al contempo fa un’opera tutta sua, con stilemi per l’epoca rivoluzionari. Proprio come il protagonista fa con la parola di Dio.

