TRAMA
Nel 1902, il capitano Vladimir Arsenyev guida una spedizione militare per rilevamenti topografici nella taiga siberiana, ai confini con la Manciuria: incontra un anziano indigeno nomade, saggio e generoso, e lo prende come guida.
RECENSIONI
L’opera, Oscar come miglior film straniero e di co-produzione sovietica (Mosfilm), segna la rinascita cinematografica (dopo il flop di Dodes’ka-den e il licenziamento da Tora! Tora! Tora!) e personale (dopo un tentato suicidio) di Akira Kurosawa, che gira in condizioni ambientali anche proibitive (9 mesi nella taiga siberiana, riprese in 70mm) un racconto tratto dalle memorie dell’esploratore Vladimir Arsenyev (già filmate da Agasi Babayan nel 1961) e rifacendosi, in parte, al cinema di Dovzenko e all’umanesimo di John Ford. È una continua gara di bravura fra la Natura Incontaminata, con i suoi splendidi scenari e pericoli (la tigre siberiana, la tempesta di neve) e il regista, autore di veri dipinti per immagini in movimento: ma Kurosawa è anche interessato a ritrarre una struggente amicizia e a sottolineare le differenze culturali fra l’uomo civilizzato che ha bisogno di “tradurre” la Natura e quello “selvaggio” che la esperisce direttamente. Tutto questo facendo proprio l’incedere lento e imperturbabile del creato, immergendo la visione in un’atmosfera senza eguali, degna di Flaherty, complice anche il commento sonoro di Isaac Schwarts: l’incanto si interrompe solo nella seconda parte, più scontata e ripetitiva. Il buffo e tenero personaggio di Dersu Uzala, che vive in simbiosi con la Natura, è doppiato in modo terribile nella versione italiana.

