

Della serie: i registi si raccontano. E’ sempre interessante sentire gli autori che parlano delle loro opere: ci dicono qualcosa del loro lavoro e (dunque) qualcosa di sé e (insieme) qualcosa di noi. Prima che il discorso mi porti troppo lontano, fino a perdermi, fino a smarrire il bandolo della matassa, mi limiterò ad accennare, molto prosaicamente, che quando l’artista si confessa e incontra il critico-interprete-esegeta-spettatore-appassionato se ne vedono delle belle. E’ una constatazione ovvia, ne convengo, ma la sua ovvietà la condanna spesso a un oblio “automatico” e forse inopportuno. Nella fattispecie, il fulcro del libro di Maiello, le interviste film-per-film lungo tutta la filmografia del regista, è prodigo di considerazioni interessanti, molte conferme e qualche “sorpresa”; tra queste ultime, mi pare degna di nota la constatazione del credito che Dario Argento sembra dare alle tematiche, soprattutto soprannaturali, dei suoi film.
Forse, la vulgata che vuole Dario Argento una sorta di formalista disinteressato dunque al contenuto in nome della forma (si fa per capirsi) meriterebbe una leggera rettifica, anche se, è bene puntualizzare, è soprattutto la tecnica cinematografica che sembra animare le considerazioni del Maestro dell’Horror nostrano. Questi parla a ruota libera di “strani macchinari” e “tecniche inconsuete” capaci di dare forma alle sua creatività tecnico-stilistica: mdp rinchiuse in sfere appese a un filo, oppure la Pentazet, coi suoi 18000 fotogrammi al secondo, usata in Quattro mosche di velluto grigio, o l’obiettivo Snorkel usato in Profondo Rosso… il volume abbonda, infatti, di interessanti quanto meticolose dissertazioni tecniche vertenti il “superamento del limite” perché, dice Argento, “desidero che le scene dei miei film siano il più possibile simili a come le ho pensate. Odio arrendermi davanti a quegli ostacoli pratici che possono inibire la mia sfrenata fantasia”.
Così come abbondanti sono le dichiarazioni di amore per il cinema e per la Storia del Cinema (con specifici e puntuali riferimenti a Vertov, all’Espressionismo tedesco, a Fellini e ad Antonioni) e le punte di sacrosanto orgoglio col quale parla delle “sue” sue sequenze preferite (i primi – bellissimi – 20 minuti di Suspiria, la sequenza del treno di Nonhosonno ecc) mentre saltano all’occhio i “piedi per terra” che il Nostro tiene quando viene trascinato da Maiello sul terreno della seduzione teorica… a proposito del falso rasoio di Tenebre, ad esempio, l’intervistatore chiede se questo momento “teorico” non rappresenti l’inganno del cinema ma Argento risponde che no, il rasoio non voleva essere un “semplice trucco cinematografico” ma bensì “un congegno ben costruito”; o ancora, interrogato sul presunto accanimento sull’occhio inteso come sguardo, in Opera, Argento risponde “sinceramente, non credo di aver pensato una cosa simile. Pensavo soltanto a rendere imprevedibile e devastante l’effetto di certe scene”. Come a dire che lui, Dario Argento, il cinema lo fa, in maniera schietta, diretta, senza troppi svolazzi pindarici ma con tanto senso pratico e le idee chiare sul come ottenere cosa.
Completano il volume tre interventi introduttivi di Gino Frezza, Alberto Castellano, Giuseppe Cozzolino e Carmine Treanni, un racconto di Monica Florio (Old Souls), una raccolta di dichiarazioni autobiografiche di Dario Argento, le interviste sulle sue escursioni televisive (Masters of Horror compreso) e i resoconti delle altre esperienze di Argento raccontate dai protagonisti (moda, pubblicità, videoclip, produzioni). In chiusura, troviamo invece le liste complete dei documentari dedicati al regista, le apparizioni, i soggetti e le sceneggiature nonché, com’è ovvio, bibliografia, videografia, discografia e sitografia complete. Bel lavoro.