Drammatico, Recensione

CRONACA DI UN AMORE

TRAMA

Già amanti, si ritrovano molti anni dopo. Decidono di far fuori il ricco marito di lei, ma…

RECENSIONI

Il primo lungometraggio di Antonioni è un superbo dramma da camera mascherato da impeccabile noir: imprigionati nel lusso pacchiano delle ville alla moda o nel grigiore della periferia milanese, i personaggi sono complici e vittime di un destino che gioca con le esistenze e fomenta le illusioni (non ultime quelle dello spettatore: gli stilemi gialli si rivelano indizi depistanti, macerie ancestrali) per poi dissolverle in prossimità della svolta decisiva. Duplice ironia del titolo: la cronaca cede il passo a un racconto ellittico e ciclico come un (doppio) sogno, l’amore è soltanto nostalgia, ripicca e calcolo, poco più di un gioco mondano insomma, ma avvinghiato con puerile ostinazione all’alito della morte. I percorsi e le indagini si sovrappongono fino a smarrirsi, i dialoghi scabri e insinuanti punteggiano con rapinosa maestria immagini di crudele bellezza, impietosi piani sequenza che non concedono (quasi mai) scampo, con sommesse tracce jazz a scandire e lacerare gli eloquenti silenzi di un’impossibile convivenza erotica (non solo coniugale). Lucia Bosé, cigno d’inquieta perfezione, è l’elemento migliore di un cast di buon livello.

L’esordio del documentarista e sceneggiatore Michelangelo Antonioni (con Francesco Maselli come aiuto e sceneggiatore) fu finanziato da un imprenditore torinese, con l’aiuto di Marco Ferreri: era già lo stile del regista ad imporsi (erano una novità i piani sequenza che seguono i personaggi anche in scene secondarie rispetto all’economia del racconto, l’attenzione per l’espressività degli ambienti e degli oggetti, l’interesse per le conseguenze delle azioni più che per le azioni stesse), capace di restituire, dei protagonisti amanti, un quadro insolitamente complesso e di ogni personaggio, anche minore, un significativo spazio psicologico costruito sulla permanenza del Tempo. Non solo: si sentono anche l’aridità spirituale del mondo (alto) borghese, il senso disperato di solitudine dell’esistenza, l’incomunicabilità segnata dal Destino. Il tutto sostenuto da un racconto (noir) coinvolgente e articolato. Lucia Bosé (che Antonioni arrivò a schiaffeggiare per ottenere certe espressioni) illumina lo schermo oltre ogni dire, mentre il particolare commento musicale di Giovanni Fusco utilizza un duo di sassofoni con pianoforte. Opera segnata da un destino infausto: fu un flop che costrinse Antonioni a due anni di inattività e, nel 1989, il negativo scomparve in un incendio.

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