TRAMA
Il capo della Narcotici di New York divide con un collega un appartamento comprato con soldi sporchi. Qui si presenta un mitomane masochista che afferma di essere il killer di poliziotti che tutti cercano. Per paura che scoprano lo stabile, l’agente lo rinchiude nel bagno.
RECENSIONI
Roberto Faenza, osteggiato in patria dopo il documentario Forza Italia!, torna negli Stati Uniti dove, nel 1970, aveva insegnato massmediologia al Federal City College di Washington. L’estetica è quella del poliziesco statunitense anni settanta ma in odori paranoici/morbosi alla William Lustig (anticipando il suo Maniac Cop) e la presenza del John Lydon (alias Johnny Rotten) dei Sex Pistols denuncia anche altre fonti di ispirazione. Un cast da urlo, un soggetto potenzialmente dirompente ma la regia di Faenza, che girò quasi clandestinamente senza le dovute assicurazioni, non è né carne né pesce e il suo, infine, non è né un film d’autore né un’opera di genere. Insolito commento sonoro “sintetico” ed effettistico di Ennio Morricone (alla Goblin), mentre il regista resta in panne fra Martin Scorsese e Dillinger è Morto, vedi l’introduzione con un lungo indugiare su Harvey Keitel all’interno dell’appartamento, con dettagli necessari a far comprendere la natura del suo personaggio pernicioso ossessivo dell’ordine, della sobrietà e della vigilanza (c’è la sua vista preferita della metropoli, che aspira a “controllare”). Fra tempi laschi che non diventano vera “arte”, la sua parabola allegorica e politica (Keitel e Lydon, in parallelo, sono facce della stessa medaglia), per quanto affascinante, funziona più sulla carta che nella messa in immagini.

