TRAMA
Corrispondenza epistolare, agli inizi del secolo, fra due grandi scrittori portoghesi: Fernando Pessoa e Mário de Sá-Carneiro. Quest’ultimo medita il suicidio.
RECENSIONI
Spossante la scelta stilistica di João Botelho per la messinscena: una sceneggiatura formata solo (e non è poco: versi e riflessioni bellissime nonché molto amare) dai testi dei due scrittori, in un fiume di parole che, per sovrabbondanza, stordisce. A tutto questo si aggiunge una traccia biografica per opera di una voce fuori campo. Avrebbe potuto essere un'operazione intellettualistica stimolante se il regista avesse tentato di commentare i testi con le immagini: niente di tutto ciò (tranne per l’inserto di due o tre scene teatrali che rappresentano diversi racconti degli autori: molto bello quello del party dissoluto all’americana. Sprazzi vitali e musicali in un mare di tedio) e, come aggravante, la scelta di una macchina da presa fissa sulle scrivanie, con personaggi vari che leggono la corrispondenza per un’ora e quaranta minuti. Il perseguimento di una messinscena brechtiana, straniata, con fondali finti, modi pseudo-documentaristici e interpreti che attraversano città proiettate su diapositive, appare sterile, algida, priva di scopo, se non per proclamare la propria povertà di mezzi camuffata con espedienti “artistici”. I dolori esistenziali dei poeti nascono dalla loro realtà, anche se soggettiva, e questa ostentazione di finzione non fa che allontanare dal significato profondo dei testi. D’altro canto, se lo spettatore smette di essere tale e si limita a prestare l’orecchio all’orgia di orazioni, può restare appagato, conscio di immagini superflue che sembrano solo illustrative. Botelho si concentra più sulla tragica spirale suicida di Mário de Sá-Carneiro che su Pessoa. Manoel de Oliveira, che questo tipo di cinema lo maneggia molto più sapientemente, compare nella parte del “padre”.

