TRAMA
Un uomo si sveglia su un autobus. sono scesi tutti. E’ notte. L’autobus si è fermato sul limitare di una foresta. L’uomo entra nella foresta, scomparendo nell’oscurità. Partendo da questo episodio le esistenze di quattro persone si incrociano.
RECENSIONI
La struttura di Continental è quella nota per la quale, poste diverse storie che si alternano, i loro percorsi finiscono per incrociarsi secondo modalità inaspettate, procedimento utilizzato soprattutto quando il tema del film concerne, come in questo caso, la caducità delle relazioni umane, la difficoltà dell’incontro di anime, l’inevitabile solitudine. Quattro le vite al microscopio: la moglie dell’uomo che scompare all’inizio (prima in attesa, poi rinunciataria, infine intraprendente e decisa a voltare pagina), un agente assicurativo in crisi coniugale, la receptionist dell’albergo dove quest’ultimo soggiorna, un ex giocatore alle prese con i suoi debiti. Il film (“senza pistole”: siamo agli antipodi dell’action – pochi movimenti di macchina, messinscena essenziale, montaggio antiadrenalinico -) è una commedia grigiastra che alterna a una sommessa ironia (la vacuità delle cose: la piante che ti sembrano vive sono false, il biglietto da visita che presenti è sbagliato, vuoi ballare ma nessuno ti invita, il bebè che hai in braccio cade a terra, vorresti scopare e al massimo ti si offre di guardare) l’amara constatazione dei drammi minimi dei protagonisti, persone insoddisfatte e di fronte a un bivio, indecise sul percorso da seguire. Le varie disperazioni sono snocciolate meccanicamente e certi risvolti risultano un po’ ovvi ma l’acutezza di alcuni passaggi (quando, durante un funerale, la bombola dell’ossigeno alla quale è attaccata la vedova ha una perdita, il confine tra tragedia e commedia si perde, sublimemente, nel grottesco), i dialoghi quasi demenziali e la rinuncia a facili effettismi rendono quanto meno interessante il debutto del regista canadese.
